La nascita di
Telecom Italia è strettamente legata al
processo di liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni, avviato negli
Stati Uniti all'inizio degli anni '80 e sentito anche in Europa.
Telecom Italia nasce formalmente il 27 luglio 1994, con la fusione di SIP con altre società controllate dalla STET, operative nel settore delle telecomunicazioni. Come specificato nel piano di riassetto dell’intero settore presentato al Ministro del Tesoro dall'IRI l’anno precedente, che prenderà il nome di "
super-SIP" e che nel 1995 vedrà la nascita di
TIM, nuova società di telefonia mobile del gruppo. Tutto in funzione della privatizzazione che, nel tentativo di massimizzare gli introiti per lo Stato, prevede la fusione della stessa Stet in Telecom Italia, attuata di fatto nel 1997 dal governo Prodi.
Ma la privatizzazione, che in origine prevedeva la creazione di un nocciolo duro sotto la guida del gruppo Agnelli, si rivela fragile, aggregando solo il 6%.
In sintesi, il Tesoro aveva liquidato pressoché totalmente la propria quota di controllo e a causa della scarsa risposta degli investitori italiani il nocciolo duro non si è rivelato tale. La struttura dell’intera privatizzazione si rivela quindi già debole in partenza, lasciando Telecom Italia praticamente scalabile già al suo nascere, mentre all’orizzonte si intravedono le pinne degli squali pronti ad azzannarla. La prima pinna è quella di
Roberto Colaninno, che con l’aiuto delle Banche e
61.000 miliardi messi a disposizione, fagocita Telecom Italia fondendola in
Olivetti.
Dopo questo primo passaggio Colaninno, insieme ad altri soci tra cui
Gnutti, assume il controllo della Telecom attraverso la finanziaria lussemburghese
Bell,
che detiene il 22% di Olivetti.
E' chiaro il discorso? Mettiamola così. La Bell, controllando il 22% della Olivetti, controlla anche il 51% di Telecom Italia.
Ma come, una società cotta e indebitata fino al collo come Olivetti, assume il controllo di un colosso come Telecom Italia senza che la politica alzi un dito?
Telecom all’epoca era una delle poche società italiane ad azionariato diffuso, in cui il Ministero del Tesoro aveva ancora una quota del 3,5%, pari a due miliardi di euro. Il Tesoro non si presentò all'assemblea degli azionisti per decidere le contromisure alla scalata. Preferì così mantenersi neutrale rispetto all'operazione, non esercitando di fatto il diritto della
golden share, operazione che comunque in Europa non sarebbe stata permessa.
Troppo grande Telecom per essere facilmente digerita da Olivetti, ma nello stesso tempo pesanti anche le tossine di Olivetti, che ne avevano irrimediabilmente compromesso l’equilibrio finanziario, per cui che fare? Ovvio no? Si rivende il pacchetto di controllo in mano a Bell, quel famoso 22%, tanto per intenderci.
In barba alle regole del mercato e ai piccoli azionisti Olivetti, il cui titolo in borsa quotava poco più di 2 Euro, Bell vende a
Tronchetti Provera i suoi titoli Olivetti a oltre 4 euro ad azione, con una plusvalenza per Colaninno e soci di 1,5 miliardi di euro.
Per cui Telecom Italia si sposta all’ombra di
Olimpia, il veicolo finanziario del gruppo
Pirelli, per il semplice fatto che Olimpia ha acquisito il 22% di Olivetti da Bell.
Con questa mossa il primo capitalista senza capitale, cioè Colaninno, è stato accontentato con una bella stecca da 1,5 miliardi di euro; ma ce n’è un altro, Tronchetti Provera, che sgancia miliardi e che ribatterà cassa per recuperarli, se le cose andassero male.
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