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Martedì 14 Agosto 2018, ore 12.51
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Ricchi & Poveri

Giappone, Germania, Cina ed America: mondi che più diversi non si può

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Per capire come stanno effettivamente le economia mondiali, e perché Donald Trump strepita per un ribilanciamento del commercio americano basta aprire la pagina del FMI con le classifiche dei dieci Paesi che hanno la migliore e la peggiore posizione internazionale netta.

In pratica, si contano al netto da una parte gli investimenti diretti e di portafoglio posseduti all'estero o viceversa di proprietà di stranieri nel Paese di riferimento, ed i crediti/debiti netti.


IL GIAPPONE

A fine 2017, in testa tra i migliori c'è il Giappone, con 3,1 trilioni di dollari di attivi netti e 128 milioni di abitanti (che equivalgono a circa 24,2 milioni di dollari a persona). Segue la Germania, con 2,3 trilioni di dollari di attivi netti ed 82,8 milioni di abitanti (pari a 27,7 milioni di dollari a persona). C'è poi la Cina, con 1,8 trilioni RPC ed 1,4 trilioni di Hong Kong, ma con una popolazione di 1,4 miliardi di persona, enormemente superiore (sommati, si arriva a circa 2.285 dollari di attivo netto a persona).

La posizione finanziaria netta deriva dal cumularsi dei flussi annui degli investimenti da e verso l'estero, dai movimenti di debiti e crediti, ma soprattutto dall'andamento delle partite commerciali e dei flussi di interessi sugli investimenti. Più un Paese ha una bilancia commerciale attiva e riceve dall'estero un flusso di interessi di importo superiore a quelli che paga, più accumula ricchezza.

Attivi netti per paese

Tutto sta a vedere, però, dove questa ricchezza che si accumula viene reinvestita: generalmente all'estero, nei Paesi verso cui si esporta, per finanziare questi acquisti. Questo espone al rischio di insolvenza dei creditori, come è successo alle banche tedesche che hanno finanziato per anni il deficit estero di Grecia e Spagna. C'è un altro rischio, altrettanto grave: l'inflazione degli asset interni che deriva da un eccessivo reimpiego di capitali all'interno: è quello che è successo in Giappone con la crisi del Nikkei e del crollo del valore delle abitazioni, che era arrivato a livelli stratosferici: nel 1989, prima che scoppiasse la bolla, il valore degli immobili del centro di Tokio valeva più di quelli costruiti nell'intera California.

Il motivo per cui il debito pubblico giapponese è sostenibile è spiegato facilmente: c'è l'avanzo commerciale verso l'estero, strutturalmente elevato, che viene reimpiegato all'interno in titoli di debito pubblici anziché in azioni o immobili. Si riduce quindi il rischio di una bolla degli asset ed inoltre quello di esporsi eccessivamente con i crediti all'estero: in fondo, per finanziare gli investimenti pubblici, il governo preferisce aumentare il debito interno anziché le tasse. Se si mettessero in un Fondo Patrimoniale tutte le infrastrutture pubbliche costruite in Giappone, verrebbe fuori che ciascun investitore in debito pubblico è proprietario di quote: il debito rende pochissimo a chi lo sottoscrive, in termini monetari, ma moltissimo in termini di aumento della produttività complessiva. La ricchezza sociale aumenta. Poiché i prezzi al consumo scendono per via dell'incremento della produttività, non c'è neppure bisogno di chiedere aumenti di stipendio o di reclamare alti tassi di rendimento sui titoli di debito.

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Commenti
massybiagio
offline

Finchè non si farà una nuova politica fiscale l'italia non ha speranze. Troppe tasse da pagare

scritto il 3 agosto 2018 alle ore 06.23 · rispondi
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