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Lunedì 27 Giugno 2022, ore 17.38
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BCE, tutto da riformare

Bolle azionarie, rendimenti negativi sui bond, spread alle stelle, denaro che defluisce dall'economia reale

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Come tutte le istituzioni, anche le Banche centrali conoscono evoluzioni che riflettono l'ambiente circostante: il rafforzamento della loro autonomia dai governi, fino al divieto di finanziare in qualsiasi modo gli Stati che è stato inserito nei Trattati europei sin da Maastricht, fu un presidio posto a garanzia del risparmio, tosato negli anni Sessanta e Settanta dall'inflazione e da tassi reali negativi.

Gli Stati, anche in Italia, avevano il privilegio del finanziamento monetario dei loro fabbisogni: le banche centrali si sentivano comunque tenute a sottoscrivere i titoli del debito pubblico che rimanevano inoptati alle aste, immettendo nuova liquidità nell'economia attraverso il "canale del Tesoro".

Anche i tassi ufficiali di sconto, così come i rendimenti delle emissioni venivano stabiliti dai Ministri del Tesoro: la politica monetaria la facevano gli Stati. Le Banche centrali, intese Banche delle banche, erano prestatrici dell'ultima istanza del sistema bancario che faceva capo a loro, che era basato esclusivamente sul credito erogato alle imprese ed alle famiglie, ed erano unicamente responsabili della vigilanza prudenziale sulla loro attività.


Il privilegio delle emissioni del debito pubblico, garantito dalla copertura monetaria degli acquisti effettuati dalle Banche centrali, spiazzava l'erogazione del credito ai privati: per contenere l'inflazione, determinata dai deficit pubblici che venivano finanziati con la nuova moneta immessa dalle Banche centrali al momento in cui ne acquistavano i titoli, si doveva razionare la liquidità immessa attraverso il canale bancario.

La neutralità delle Banche centrali nei confronti degli Stati, che da quel momento in poi dovevano finanziarsi sul mercato senza più questo privilegio, ebbe invece come paradossale conseguenza l'aumento dei debiti pubblici: gli Stati si finanziavano ai tassi correnti, ma venivano considerati prenditori più affidabili delle imprese private, e quindi continuavano a fare deficit appesantendo i bilanci con maggiori oneri per interessi. Per tutti gli anni Ottanta, in Europa andò così.
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