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Giovedì 27 Febbraio 2020, ore 11.52
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Ricomponiamoci

Una brutta correzione, non la fine del mondo

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Sul fronte dei mercati registriamo un certo esaurimento, quanto meno temporaneo, dei motivi di ribasso. Negli ultimi giorni si è scesi per inerzia e non per ulteriori notizie negative. Gli utili usciti in America non hanno riservato finora brutte sorprese e sono stati anzi spesso migliori del previsto. Ora non c'è da augurarsi un brusco rimbalzo (più tipico dei bear market che dei mercati normali) ma una stabilizzazione e un graduale ritorno alla normalità alimentato da un flusso di dati rassicuranti.

Hansjoerg DobliarL'intervento delle banche centrali è un elemento centrale di questa stabilizzazione. Draghi ha dato un primo forte messaggio, indicando la disponibilità verso misure monetarie più radicali e dissipando l'aria mefitica che era andata accumulandosi sul sistema bancario italiano (in parte ad arte). Ricordiamo che l'Italia e Brexit sono in cima alla lista dei punti deboli dell'Europa in molte delle previsioni più negative sul 2016. Accelerare la soluzione dei problemi delle banche italiane (senza per questo regalare o svendere i loro attivi) significa togliere una mina lungo il difficile percorso che l'Europa dovrà affrontare quest'anno.

Quanto alla Fed, chi invoca un'autocritica per il rialzo dei tassi di dicembre e un rapido ripensamento deve portare pazienza. Ci sono prima di tutto motivi di immagine per cui una banca centrale non può ammettere di avere sbagliato solo perché il mercato l'ha presa male. Ci sono poi ragioni di sostanza. Dudley dice che nulla è cambiato rispetto a dicembre e che il mercato, come al solito, se la suona e se la canta da solo. La verità, probabilmente, sta a metà strada. La crescita americana si è indebolita e la discesa delle borse può ritardare ulteriormente una riaccelerazione. Dall'altra parte, però, è giusto che la banca centrale aspetti di vedere qualche altra settimana di dati reali prima di cambiare la sua strategia.

Michael ConradQuello di cui possiamo essere certi è che questa Fed, molto più colomba che falco, cercherà in tutti i modi di non cadere nella trappola del 1937 (stretta monetaria prematura e ricaduta nella recessione) e procederà con la massima prudenza. Possiamo anche essere tranquilli sul fatto che non ci sarà, per l'economia americana, la doppia bastonata di un dollaro forte e di tassi in rialzo. Se infatti il dollaro si rafforzerà ancora la Fed non alzerà i tassi (o lo farà con esasperante lentezza). La Fed, come in dicembre, alzerà solo se sarà sicura che questo non faccia salire il dollaro.

Se il dollaro resterà fermo (come pensiamo) la Cina avrà meno problemi a mantenere stabile il renminbi, toglierà un motivo a chi vuole portare i suoi soldi fuori dal paese e darà una ragione di ansia in meno ai mercati internazionali.

Molti tra gli hedge fund più aggressivi aspettano una discesa ulteriore del 10 per cento per entrare massicciamente. Vedremo se i mercati si offriranno di accontentarli o se li lasceranno a bocca asciutta. In ogni caso è di conforto sapere che esiste una linea di supporto di compratori, sia pure sotto i livelli attuali. Nel frattempo, nei portafogli, si può iniziare a lavorare per irrobustire la qualità degli attivi, tanto azionari quanto obbligazionari. Se il 2016 sarà la classica correzione che accade a due terzi di un ciclo economico (quando si pensa erroneamente che il ciclo stia per finire) i titoli più solidi avranno ottime possibilità di recupero quando ci si accorgerà che il mondo, a bufera passata, sarà restato in piedi.

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