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Martedì 19 Novembre 2019, ore 01.36
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ILVA, Scudo di cartone e Braccio di ferro

Ormai è solo una campagna mediatica, per trovare il colpevole della chiusura

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Nelle vicende lunghe e complesse è facile perdersi per strada, quando ci sono insieme interventi legislativi, vicende giudiziarie e procedimenti amministrativi.

E quando c'è un intoppo grande, come sta succedendo in questi giorni per l'ILVA di Taranto, l'unico gioco al massacro è quello mediatico: bisogna dare la colpa a qualcun altro. Anche in questo caso, non si capisce esattamente "perché" l'azienda si sia tirata indietro, chiedendo formalmente alla Magistratura di Milano di dichiarare legittimo il suo recesso contrattuale.

L'Azienda, ArcelorMittal, che chiameremo per brevità AM, può esercitare questo diritto di recesso nel caso in cui il Piano di risanamento ambientale previsto negli Accordi sia modificato con sentenza definitiva o esecutiva, ovvero per atto legislativo o amministrativo in maniera tale da pregiudicare il Piano industriale che ha presentato in fase di gara, per l'aggiudicazione della gestione in affitto e poi dell'acquisto del compendio aziendale.

Tutta la Gestione Commissariale e la gara per l'affidamento della gestione, che è stata vinta da AM, si sono svolte quindi sulla base degli adempimenti ambientali definiti nella nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), che nel 2012 ha sostituito quella del 2011 a seguito dell'intervento effettuato dalla Magistratura. Nel 2017, su richiesta di AM, questa AIA del 2012 è stata modificata.

C'è però una vicenda terribile, che ha determinato la morte di un giovane operaio nel 2015, colpito da un getto di ghisa incandescente mentre lavorava nell'Altoforno 2, che si è andata ad intrecciare rispetto alla situazione precedente, in cui pure la Magistratura di Taranto era intervenuta nel 2012 per sequestrare tutti gli impianti dell'ILVA in quanto la gestione di allora non aveva proceduto alla messa a norma degli impianti. L'Altoforno 2 è stato posto sotto sequestro, nominando un custode giudiziario che doveva sorvegliarlo.

Il governo dell'epoca intervenne immediatamente, con un decreto-legge, per assicurare la continuità della produzione dell'Altoforno, e quindi per evitarne lo spegnimento, disponendo che l'ILVA preparasse entro 30 giorni un piano di sistemazione. La Corte costituzionale, con la sentenza 58/2015 dichiarò la illegittimità di quella disposizione in quanto dava alla Azienda il potere di decidere senza l'intervento delle pubbliche autorità, e quindi favorendo gli interessi della produzione rispetto alla tutela inderogabile della salute e della vita umana, garantiti in Costituzione. Mentre l'Altoforno continuava a produrre, e sono passati ben 5 anni, è stato il custode giudiziario a proporre una serie di interventi di risanamento che prevedono lo spegnimento dell'impianto al fine di procedere in sicurezza.

Di tutta questa "vicenda parallela", che riguarda l'Altoforno 2, non c'è traccia esplicita negli atti di gara. Né viene trattata in modo analitico negli Accordi presi tra la Gestione Commissariale e AM. E' sempre stata la Gestione Commissariale, a cui sulla base della Legge Prodi è stata affidata la gestione dell'Azienda per deciderne il destino, che ha interloquito con la magistratura, opponendosi senza successo alla decisione del Magistrato che questa estate ha approvato il Piano del Custode Giudiziario dell'Altoforno 2, che ne prevede la chiusura per lavori entro il prossimo 13 dicembre. Solo in modo indiretto, nell'Addendum contrattuale del 2018, era stata prevista una clausola di recesso, di cui abbiamo fatto menzione all'inizio: praticamente, la Azienda si obbligava ad effettuare solo gli interventi previsti dall'AIA del 2012, come integrata su sua richiesta nel 2017, ma non quelli che per via legislativa o amministrativa la avrebbero modificata rendendo non più praticabile il suo Piano industriale.
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