Sabato 11 Luglio 2020, ore 17.23
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Debitoribus nostris

Chi non può pagare, chi non vuole, chi lo fa con i soldi degli altri.

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Una prigione per debitori in Virginia (dal 1787 al 1824), oggi monumento.Chiudiamo con un debitore particolare, gli Stati Uniti. Se il dibattito sul fiscal cliff non darà risultati importanti, il rating dell’America verrà nuovamente abbassato. Se i repubblicani non concederanno in tempo a Obama la possibilità di contrarre nuovi debiti (il cosiddetto debt ceiling) gli Stati Uniti faranno default.

Come si comporteranno i Treasuries nei due casi?

Probabilmente saliranno di prezzo. Le tensioni, eventualmente, si scaricheranno tutte sul mercato azionario. Per quanto le agenzie di rating abbassino la loro valutazione e per quanto i politici americani possano litigare tra loro, il rating percepito degli Stati Uniti è ancora, di fatto, una sorta di quadrupla A. Per paradossale che sia, i Treasuries sono il rifugio da qualunque crisi, inclusa un’eventuale crisi dei Treasuries stessi.

È chiaro che non si potrà andare avanti così in eterno. Le alternative al dollaro stanno crescendo velocemente. Il rublo ha ripreso a circolare fuori dalla Russia. Il renminbi, anche attraverso i dim sum bond (comprabili in qualsiasi filiale italiana di banca cinese e non solo), circola in Africa e in America Latina e sta diventando valuta di riserva. Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno ancora la possibilità di fare qualche altra sciocchezza prima che gli investitori voltino loro le spalle.

Nel frattempo, a 32 giorni dal fiscal cliff, i democratici stanno lavorando alacremente per dividere e isolare i repubblicani. La proposta di Obama di votare subito il blocco delle tasse per i redditi sotto i 250mila dollari e poi discutere con calma il resto è brillante perché mette sulla difensiva i repubblicani e piace molto ai mercati. Obama sa che le tasse sui redditi più alti aumenteranno automaticamente il primo gennaio e non sta concedendo praticamente nulla sui tagli.

Per tirarsi fuori dall’angolo i repubblicani potrebbero concedere, prima della fine dell’anno, un miniaccordo, fatto di pochi (ma altamente simbolici) aumenti di tasse e di quasi inesistenti tagli. I mercati festeggerebbero, ma la soluzione strutturale dei problemi sarebbe ancora una volta rimandata.

Per convenzione, tra i politici e nei mercati la data chiave sarà il 21 dicembre, il venerdì prima di Natale. Per quel giorno, o ci sarà una soluzione o le cose, da tutti i punti di vista, inizieranno a volgere rapidamente al peggio. Il 21 dicembre è anche tripla scadenza per i derivati azionari. Il costo della volatilità potrebbe restare eccezionalmente alto fino all’ultimo minuto. Prestare molta, molta attenzione.

(Nella foto una prigione per debitori in Virginia (dal 1787 al 1824), oggi monumento.)

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