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Il silenzioso esodo delle imprese italiane: il 65% delle exit PE va all'estero in attesa della nuova ondata

La ricerca Fondazione Praexidia-Banca Investis

Finanza
Il silenzioso esodo delle imprese italiane: il 65% delle exit PE va all'estero in attesa della nuova ondata
(Teleborsa) - In Italia, ogni volta che un fondo di private equity vende un'azienda, nel 65% dei casi l'acquirente è straniero. Non è un episodio, è una tendenza di fondo che dura da venticinque anni. E nei prossimi tre anni potrebbe accelerare, con circa 1.985 imprese già pronte all'uscita dai portafogli dei fondi. È il quadro che emerge dalla seconda edizione della ricerca "L'attività degli Operatori Finanziari in Italia 2000-2026", realizzata da Fondazione Praexidia con Banca Investis.

Dal 1° gennaio 2000 al maggio 2026, in Italia sono state censite 5.725 operazioni di ingresso di private equity su 4.697 società italiane, realizzate da 1.024 operatori italiani e internazionali. Di queste, 2.243 hanno riguardato passaggi di proprietà successivi - le cosiddette exit - coinvolgendo 1.676 imprese e 1.239 acquirenti, sia finanziari sia industriali. Il dato che spicca è nella ripartizione tra compratori: il 35% è italiano, il 65% è estero. Una proporzione che non cambia rispetto alla prima edizione della ricerca - una stabilità che, secondo gli autori, non è un caso, ma la misura di un fenomeno strutturale.

"La seconda edizione conferma che il trasferimento del controllo in mani estere delle nostre imprese strategiche non è un episodio, ma una tendenza di fondo - ha dichiarato Pierluigi Paracchi, presidente della Fondazione Praexidia - L'azione degli operatori finanziari e delle imprese internazionali continua a determinare il passaggio di numerose realtà, non sempre traducendosi in un rafforzamento del tessuto produttivo del Paese. Il Golden Power funziona, ma da solo non basta: serve un presidio industriale e finanziario domestico all'altezza della posta in gioco".

La catena che porta le imprese all'estero

Il meccanismo descritto dalla ricerca è sistematico. Un'azienda italiana - spesso una PMI manifatturiera, una realtà tech, un operatore nel settore aerospazio o energia - viene acquisita da un fondo di private equity tramite un'operazione di LBO o buyout, con un orizzonte di investimento tipico tra i quattro e i sette anni. Alla scadenza del ciclo, il fondo cerca un acquirente. Ed è in quel momento - non all'ingresso, ma all'uscita - che si consuma il trasferimento di proprietà verso l'estero.

La ricerca individua un concetto chiave: il "company flight silenzioso". L'azienda resta fisicamente in Italia, continua a produrre e ad occupare, ma il centro decisionale e la proprietà intellettuale migrano altrove, senza che questo venga rilevato dai tradizionali indicatori di fusioni e acquisizioni. È una forma di de-nazionalizzazione silenziosa, difficile da misurare con gli strumenti correnti.

I casi emblematici del periodo illustrano bene la dinamica. Iacobucci HF Aerospace, produttore di componenti per aeromobili militari e civili, è passata nel dicembre 2025 all'industriale giapponese Jamco e al fondo statunitense Bain Capital in un secondary buyout, con il fondo italiano DeA Capital come ex sponsor. Una transazione soggetta al Golden Power ex art. 1, nei settori della difesa. Save Aeroporti - il gestore degli scali di Venezia, Treviso e Verona - è stata acquisita nel febbraio 2026 dal fondo francese Ardian insieme a Finint per 2,1 miliardi di euro: infrastruttura critica dei trasporti, soggetta alla procedura ex art. 2. Un caso di company flight silenzioso è quello di Civitanavi, delistata da Piazza Affari e finita a Honeywell-IDS Georadar-Hexagon, con le aziende che restano in Italia ma IP, R&D e decisioni migrano verso la casa madre estera; inoltre, il caso non è intercettato dal Golden Power perché la sede resta italiana. Sul versante opposto, un caso positivo: OLT Offshore LNG Toscana, il rigassificatore al largo di Livorno, è tornato sotto controllo italiano con la cessione a Snam da parte del fondo anglosassone Igneo Infrastructure Partners - un asset critico energetico rientrato nell'orbita domestica senza necessità di blocco regolatorio.

L'ondata attesa nel 2026-2030

Il tema si fa ancora più urgente guardando al futuro prossimo. Secondo la ricerca, circa il 42% del portafoglio 2026 dei fondi attivi in Italia ha ricevuto l'ultimo round di finanziamento in un arco temporale compatibile con un'imminente uscita: si tratta di circa 1.985 aziende mature, candidate all'exit nei prossimi due o tre anni. Nello scenario centrale sono 800 le exit attese nei prossimi anni.

Il dato trova riscontro nelle stime indipendenti di Mediobanca-AIFI-LIUC e Allianz, che collocano nel biennio 2025–2027 le finestre di uscita delle cosiddette "vintage" 2020-2021, ovvero i fondi che hanno investito in quegli anni e che, con una detenzione tipica di cinque o sei anni, si avvicinano alla naturale scadenza del ciclo. L'andamento storico delle exit per anno - che nei dati della ricerca ha raggiunto i 170 nel 2024, il livello più alto dall'inizio della serie storica - conferma che siamo all'inizio di un'ondata, non alla fine. Tra gennaio e il 20 maggio 2026 sono già state contate 43 operazioni di exit. Con questo ritmo, il 2026 si annuncia come un anno significativo, e le prospettive per il 2027 e il 2028 restano elevate.

La fragilità strutturale dei fondi PE italiani

A fronte di questa pressione, il sistema finanziario domestico mostra una vulnerabilità sistemica difficile da ignorare. La ricerca calcola il tasso "Out of Business" - ovvero la percentuale di gestori PE che hanno cessato l'attività - per paese di sede. In Italia, questo tasso è pari al 21%: su 117 gestori PE/buyout italiani fondati dal 2000 e censiti su PitchBook, 25 non sono più operativi.

Il confronto internazionale è impietoso. In Francia il tasso OOB è al 12%, negli USA al 10%, in Germania appena al 4%. Il mercato italiano produce quindi operatori più fragili, con minor capacità di sopravvivere ai cicli di mercato. Questo si traduce in un presidio domestico insufficiente: quando un fondo estero vende un'azienda italiana, raramente c'è un compratore domestico pronto a raccogliere il testimone. La fragilità si legge anche nella distribuzione geografica dei 1.024 fondi attivi in Italia nel periodo analizzato. La quota maggiore ha sede negli USA, UK o aree anglosassoni (423 fondi), seguita dall'Europa continentale (351) e dall'Italia (186).

Il quadro si chiude su un paradosso: il mercato PE italiano è vitale, dinamico, capace di attrarre capitali internazionali e di operare su scala crescente. Ma la componente domestica non è in grado di fare da contrappeso al momento dell'uscita, quando il passaggio di mano avviene e l'impresa sceglie - o subisce - il proprio nuovo proprietario.

Il vettore silenzioso dei Sovereign Wealth Fund

A complicare il quadro, tra gli acquirenti emerge una categoria di soggetti particolarmente significativa dal punto di vista geopolitico: i Sovereign Wealth Fund, ovvero i fondi sovrani statali. Nel periodo della ricerca, 11 SWF distinti figurano tra gli acquirenti di imprese italiane uscite da portafogli PE. Di questi, 8 sono non-occidentali - uno in più rispetto alla prima edizione. L'elenco comprende: Aabar e Mamoura (Emirati Arabi Uniti), GIC e Temasek (Singapore), Kuwait Investment Authority, Silk Road Fund (Cina), Mumtalakat (Bahrain), CDP Equity (Italia), Caisse des Dépôts (Francia). Tra il 2025 e il 2026 si sono aggiunti Qatar Investment Authority e Alaska Permanent Fund (USA).

La ricerca segnala che il cluster più strategicamente rilevante è quello dei fondi extra-occidentali del Golfo e dell'Asia: UAE, Singapore, Qatar, Kuwait, Cina, Bahrein. Non si tratta di investitori privati mossi da logiche di rendimento puro, ma di strumenti di politica estera dei rispettivi stati. Quando acquistano un'azienda italiana, il controllo non va a un fondo anonimo, ma - attraverso strutture di holding - a un governo.

Il caso emblematico del periodo è Golden Goose, il brand italiano della moda, ceduto nel 2026 a tre SWF non-occidentali contemporaneamente: QIA (Qatar), Temasek (Singapore) e HSG (Hong Kong) per un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro - il deal più grande del periodo di ricerca. L'operazione è al di fuori del perimetro Golden Power, trattandosi del settore moda, ma conferma la penetrazione sistematica dei fondi sovrani nell'economia italiana.

Il Golden Power "a doppio binario"

Come risponde lo Stato italiano a questa dinamica? La ricerca dedica ampio spazio all'analisi del Golden Power, lo strumento normativo che consente al governo di esercitare poteri speciali nelle operazioni che coinvolgono settori strategici - difesa, energia, telecomunicazioni, infrastrutture, tecnologie critiche. I numeri della crescita dello strumento sono impressionanti: dalle 8 notifiche del 2014 alle 835 del 2024, con un incremento del 10.000% in dieci anni. Nel 2025, il sistema ha ricevuto circa 900 comunicazioni (notifiche e prenotifiche). Ma, come avverte la ricerca, il numero da solo dice poco. Circa il 50% delle notifiche risulta "out of scope" - fuori dal perimetro normativo del Golden Power. Sul restante 50%, nel 2025 si contano circa 40 interventi effettivi: 38 prescrizioni e 2 veti. Una proporzione che può sembrare esigua, ma va letta secondo la logica illustrata da Fondazione Praexidia come un meccanismo a due livelli distinti.

Il primo livello è la deterrenza preventiva: i veti - diretti soprattutto verso investitori cinesi nei settori critici come la difesa - non sono la misura del funzionamento del sistema, ma il segnale più visibile di una dissuasione molto più ampia. Molte operazioni "a rischio" non vengono nemmeno tentate, perché gli investitori sanno in anticipo che l'operazione verrà bloccata. I pochi veti, dunque, non indicano debolezza dello strumento: indicano che lo strumento ha già funzionato a monte.

Il secondo livello è la condizione reattiva: per gli acquirenti provenienti da paesi alleati - USA, UAE, Unione Europea - il Golden Power non si traduce in blocco, ma in prescrizioni. L'operazione viene condizionata e resa sicura, non impedita. Questo è il caso di Pirelli, dove la partecipazione cinese è stata condizionata da prescrizioni specifiche, o di Tinexta, dove l'OPA di un fondo internazionale ha superato la procedura senza veto.

I casi del 2025-2026 illustrano questa dualità. Manta Air ha subito un veto verso investitori cinesi nel settore aerospazio. La transazione Save Aeroporti - infrastruttura critica dei trasporti acquistata dal fondo francese Ardian - ha invece completato il percorso regolatorio con prescrizioni, non con un blocco, trattandosi di un acquirente europeo. La tesi della ricerca è netta: il Golden Power funziona su due piani, scoraggiando gli acquirenti "a rischio" e condizionando quelli alleati. Ma da solo non basta. Con l'ondata di exit attesa nei prossimi anni - e con circa 121 aziende del settore aerospazio e difesa (AIPAS) con PE prossime all'uscita e tutte soggette a Golden Power - le notifiche cresceranno ulteriormente, e il sistema regolatario sarà sotto pressione crescente. La prospettiva è che i nuovi acquirenti vengano prevalentemente da paesi alleati (USA, UE, UAE), non dalla Cina: ma questo non riduce la necessità di avere compratori domestici pronti.

Il mancato presidio industriale e finanziario all'altezza

I dati della ricerca convergono su un messaggio univoco. Il private equity non è il problema: è il vettore, non il soggetto del fenomeno. I fondi creano le condizioni dell'exit, ma il momento critico è la vendita - e lì, due volte su tre, il nuovo proprietario viene dall'estero. Il fenomeno non è necessariamente negativo in assoluto: capitali esteri che entrano nelle imprese italiane possono portare competenze, reti commerciali, risorse. Ma quando gli acquirenti sono fondi sovrani statali di paesi con interessi geopolitici non coincidenti con quelli italiani ed europei, o quando il controllo di infrastrutture critiche migra all'estero, il tema smette di essere solo economico e diventa di sicurezza nazionale.

(Foto: © Veerasak Piyawatanakul)
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