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Crisi idrica, allarme per le imprese italiane: 13,4 miliardi di euro l’anno il costo economico

Economia
Crisi idrica, allarme per le imprese italiane: 13,4 miliardi di euro l’anno il costo economico
(Teleborsa) - UN Global Compact Network Italia (UNGCNI) - la Fondazione che rappresenta in Italia il Global Compact delle Nazioni Unite, l’iniziativa speciale del Segretario Generale dell’ONU volta a promuovere la più ampia iniziativa globale per la sostenibilità d’impresa - presenta i risultati dell’indagine sulla Water Smart Economy. La ricerca è stata realizzata da UN Global Compact Network Italia in partnership con The European House – Ambrosetti, con il supporto di Edison.

La ricerca analizza approccio alla gestione, prospettive e governance dell’acqua da parte delle aziende nell’ambito dei Paesi dell’Area Euro-Mediterranea. Nel contesto attuale segnato da climate change e siccità dei territori, l’acqua rappresenta una variabile economica cruciale per lo sviluppo dei sistemi economici e la loro sostenibilità. Le previsioni al 2050 stimano una riduzione del 10% del PIL mondiale dovuta alla scarsità di acqua con impatti fino al 19% nei Paesi a medio-basso reddito. Si tratta di un dato ancora più allarmante se si considera il costo economico sostenuto dall’Italia a causa della crisi idrica, pari a 13,4 miliardi di Euro l’anno, il doppio rispetto alla media europea, equivalente a 2,5 giorni di fermo dell'economia italiana. Dall'acqua dipende complessivamente in Italia un'economia di 384 miliardi di Euro, pari a un quinto del Valore Aggiunto nazionale.

Campione di indagine della ricerca

L’indagine prende a riferimento per l’Italia 94 aziende, aderenti a UNGCNI, dislocate su tutto il territorio nazionale appartenenti ai principali settori merceologici, tra cui energia, utility e servizio idrico (20,2%), moda, lusso e tessile (17%), infrastrutture, trasporti e costruzioni (11,7%), pharma, chimica e materiali (9,6%), alimentare e bevande (7,4%) e manifattura e componentistica (6,4%). I risultati dell’indagine relativi all’Area Euro-Mediterranea si basano, invece, sui dati delle Communication on Progress (CoP) 2025 di UN Global Compact per i Paesi di Francia, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia e Egitto e su focus che hanno coinvolto 33 aziende in settori chiave per la risorsa idrica.

La Governance della risorsa idrica in Italia

Water risk elevato a fronte di una scarsa percezione del rischio

La ricerca restituisce un’immagine del tessuto imprenditoriale italiano a tinte incerte. Le aziende del sistema Paese sono altamente esposte al rischio idrico, con il 56,4% che opera in aree di stress per la carente disponibilità di acqua. Tuttavia, la percezione del rischio risulta ancora limitata: solo 1 azienda su 3 (34%) considera la risorsa idrica ad alta o estremamente alta criticità per la continuità del proprio business. Tra le imprese che attribuiscono alla risorsa idrica un livello di criticità "alto" o "estremo", il 65,6% è suddiviso tra i comparti energia, utility e servizio idrico (46,9%) e alimentare e bevande (18,8%). I fattori principali che contribuiscono alla sottovalutazione del water risk delle aziende sono i costi idrici ridotti, rilevati dalle imprese e la limitata presenza di impatti finanziari. L’acqua viene ancora considerata una voce di costo marginale per la maggioranza delle aziende: per il 52,3% di queste l'approvvigionamento, il trattamento e lo scarico incidono meno dell'1% sui costi operativi totali e solo per l’11,4% il costo supera il 15%. Negli ultimi 3 anni l’incidenza dei costi idrici è rimasta sostanzialmente stabile.

Governance e competenze specialistiche da rafforzare per business case più solidi

La ricerca evidenzia la necessità di un rafforzamento della governance aziendale della risorsa idrica; la difficoltà nel creare una Water Smart Economy non dipende dalla mancata maturità gestionale delle imprese sui temi ambientali bensì dallo sviluppo di competenze specialistiche in materia di risorsa idrica. Solo un ristretto 8,5% delle aziende prevede una supervisione diretta da parte del top management o del board (energia, utility e servizio idrico per il 62,5% e alimentare e bevande per il 25,%), con KPI legati alla gestione dell’acqua con un approccio verticale rispetto ai più ampi temi ambientali, segno di una carenza di visione strategica nella governance.

Il 40,4% delle imprese non prevede alcun obiettivo quantitativo sulla gestione idrica e solo il 4,3% dispone di target science-based o allineati a framework internazionali. La maggioranza delle imprese ha ancora obiettivi interni o in fase di definizione. Le azioni di governance intraprese ad oggi dalle aziende si limitano all’efficienza e riduzione dei prelievi idrici (22,2%) e alla rendicontazione e trasparenza (22,2%), ambiti in cui le imprese hanno già maturato esperienza operativa. Le priorità future ampliano il perimetro della gestione idrica verso azioni di efficientamento/efficienza, circolarità.

Investimenti e innovazione, benefici sottostimati dalle imprese

I benefici percepiti dalle aziende italiane nella gestione idrica sono in primo luogo di reputazione/brand image (18,3%) seguiti dalla riduzione dei costi operativi (17,6%) e dalla compliance normativa (16,8%). Innovazione di prodotto/processo (9,9%) e accesso a nuovi mercati o capitali (rispettivamente 3,1% e 2,3%) sono benefici considerati marginali dalle aziende a testimonianza di una visione più legata alla compliance nella gestione della risorsa idrica. A tali dati fanno da specchio gli scarsi investimenti idrici operati dalle aziende italiane; circa il 29,5% delle aziende non investe nella gestione idrica e il 31,8% vi destina meno del 5% degli investimenti totali. Nei prossimi 3 anni solo il 5% delle aziende stima un aumento significativo degli investimenti mentre 1 impresa su 4, pari al 30% circa, prevede ancora di non misurare i propri investimenti idrici, a conferma della mancata o scarsa percezione della crisi idrica. L’innovazione al servizio della gestione idrica viene sottovalutata con il 34,1% delle aziende che le attribuisce un ruolo marginale a fronte di un esiguo 15,9% che la considera strategica per trasformare il modello operativo.

Barriere alla Water Smart Economy

Costi di investimento elevati, complessità regolatoria e autorizzativa e incertezza sul ritorno economico (ROI) sono considerati i principali ostacoli per la transizione verso la Water Smart Economy. Il quadro normativo è giudicato poco o per nulla adeguato a supportare gli investimenti da oltre un terzo delle aziende (36,4%), frenato da frammentazione tra territori, poca tempestività autorizzativa e linee guida tecniche insufficienti. Per far decollare la Water Smart Economy le aziende chiedono soprattutto incentivi fiscali e accesso al credito agevolato, seguiti da una tariffazione idrica che rifletta il costo reale della risorsa e da una maggiore semplificazione normativa e autorizzativa.

Conclusioni

Dall’indagine sull’Italia emerge con chiarezza l’urgenza di creare competenze specialistiche nella gestione dell’acqua che facciano tesoro dell’expertise acquisita, più in linea generale, a livello ambientale mirando a una governance strategica e non solo operativa della risorsa, attuata in prima linea dai vertici aziendali. Occorre puntare su investimenti e innovazione quale volano per lo sviluppo delle imprese sul fronte della gestione idrica e in attuazione della transizione verso la Water Smart Economy. La governance della risorsa idrica non risponde solo all’esigenza di reputazione o di adempimento delle previsioni normative; è innanzitutto una questione di crescita delle imprese nel medio-lungo termine con una riduzione dell’impatto dei costi - per le aziende che investiranno in tale ambito - via via più significativa alla luce della crescente scarsità della risorsa acqua.

Lo scacchiere Euro-Mediterraneo, approfondimento

L’Area del Mediterraneo rappresenta oggi uno degli epicentri globali della water crisis con una scarsità idrica, che risulta 12 volte superiore alla media mondiale. 220 milioni di persone circa, pari al 42% della popolazione dell’Area, vivono in condizioni di penuria d’acqua con il bacino del Mediterraneo che concentra il 60% circa della popolazione mondiale classificata come "water-poor". L’esposizione dell’Area del Mediterraneo allo stress idrico è destinata ad aumentare nel tempo acquisendo un carattere sempre più strutturale per effetto combinato del cambiamento climatico e delle dinamiche demografiche. Il Mediterraneo si riscalda infatti il 20% circa più rapidamente della media globale. Nel Mediterraneo, la competizione tra usi assume caratteristiche ancora più marcate, soprattutto per il peso dell’agricoltura: il settore rappresenta l’87% dei prelievi in Turchia, l’80% in Grecia, il 79% in Egitto e circa il 50% in Italia. A livello UE, inoltre, l’agricoltura pesa per il 51% dei consumi netti. Nei prossimi anni i fabbisogni legati alla transizione energetica e digitale contribuiranno ad aumentare la pressione e la competizione intorno alla risorsa idrica. I settori strategici di semiconduttori, data center, idrogeno rinnovabile e batterie presentano fabbisogni idrici significativi e in crescita. Il loro valore economico potrebbe passare da €192 miliardi circa a quasi €1.000 miliardi entro il 2030; la domanda idrica associata potrebbe raggiungere livelli fino a 2,6 volte superiori agli attuali. Si osserva, infine, come la competizione per la risorsa idrica sia alla base dell’incremento dei conflitti causati all’acqua; dal 2000 i conflitti legati all’acqua sono aumentati di ben 17 volte passando da 24 a 420 casi registrati nel 2024.

La Governance della risorsa idrica nell’Area Euro-Mediterranea

Nell’ambito della ricerca, i dati emersi dalle Communication on Progress (CoP) 2025 di UN Global Compact per i Paesi di Francia, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia e Egitto hanno preso a riferimento un campione complessivo di 2.180 aziende, di cui il 52,9% costituito da PMI. Dall’analisi emerge come la rilevanza attribuita all’acqua dalle imprese dell’Area non sia omogenea bensì assuma un rilievo diverso nei Paesi considerati. La quota più elevata si registra in Turchia, con il 61%, seguita da Grecia (49%) e dall’Egitto (48%). L’Italia si posiziona con il 41% a testimonianza dell’importanza attribuita al tema da una quota significativa di imprese pur in un contesto di bassa percezione del rischio idrico.

Nell’Area Euro-Mediterranea, la maggioranza delle aziende non rileva impatti negativi collegati all’acqua nei diversi Paesi oggetto di indagine. La Grecia si classifica al 1° posto (87%) seguita da Italia (86%), Portogallo (84%), Turchia.
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