L’arte contemporanea trova casa nell’ex fabbrica: la scommessa della Fondazione D’ARC a Roma
Con Proximity, prima personale italiana di Radenko Milak, la Fondazione punta su residenze internazionali, mostre e dialogo con le imprese
(Teleborsa) - C’è un’ex fabbrica di manufatti in cemento, nel quadrante Tiburtino, dove l’archeologia industriale incontra quella romana e le immagini della storia dell’arte si mescolano ai fotogrammi del cinema. E' qui che la Fondazione D’ARC ha scelto di costruire il proprio progetto culturale: trasformare uno spazio produttivo dismesso in un centro per l’arte contemporanea, aperto alla ricerca internazionale e al confronto con il territorio. Una scommessa che, oltre alla dimensione artistica, pone una questione sempre più rilevante per il sistema culturale italiano: come rendere sostenibile nel tempo un’infrastruttura privata dedicata alla produzione e alla diffusione della cultura.
Le residenze artistiche sono parte integrante di questa visione: consentono alla Fondazione di affiancare all’esposizione la produzione di nuove opere, favorendo il dialogo tra artisti internazionali, patrimonio culturale e territorio. È in questa prospettiva che la D’ARC si configura non soltanto come spazio espositivo, ma come luogo di ricerca e scambio, capace di attivare relazioni e trasformare il contesto in una risorsa per la creazione contemporanea.
La mostra Proximity di Radenko Milak, aperta dal 18 ottobre e visitabile fino al 31 gennaio 2027, rappresenta un esempio concreto di questa strategia. Per l’artista bosniaco, che ha rappresentato la Bosnia ed Erzegovina alla 57ª Biennale di Venezia, si tratta della prima personale in Italia. Il progetto, curato da Giuliana Benassi, nasce da una residenza romana nel 2026 e restituisce una città osservata attraverso le sue architetture, le stratificazioni storiche e soprattutto la sua identità cinematografica.
Dalla collezione privata dei Floridi a un polo culturale di 6.000 metri quadrati nel quadrante Tiburtino
La Fondazione D’ARC, acronimo di Rifugio d’Arte Contemporanea, è nata nel 2024, ma le sue radici risalgono alla fine degli anni Novanta, quando Giovanni e Clara Floridi iniziarono a costruire la propria collezione. Un patrimonio privato diventato il nucleo di un’istituzione che oggi si propone di rendere l’arte un valore pubblico e uno spazio di condivisione. La raccolta attraversa il Novecento e il nuovo millennio, dal Futurismo all’astrattismo del secondo dopoguerra, dall’arte cinetica e programmata all’Arte Povera e al postmoderno, fino ai linguaggi contemporanei.
La scelta di aprire la collezione al pubblico si accompagna a un modello di attività più articolato del tradizionale spazio espositivo. La sede si estende su circa 6.000 metri quadrati, con oltre 1.500 metri quadrati destinati alle esposizioni, una sala per le mostre temporanee e gli eventi, una casa-studio per le residenze di artisti internazionali e un laboratorio per la produzione artigianale di cornici. La struttura ospita inoltre iniziative culturali ed educative e punta a costruire relazioni con interlocutori istituzionali e imprenditoriali, in Italia e all’estero.
Attualmente in corso, Proximity è un percorso che fa della contaminazione tra linguaggi il proprio principio organizzativo. Milak, nato a Travnik nel 1980 e formatosi all’Accademia delle Arti di Banja Luka e alla Facoltà di Belle Arti di Belgrado, lavora tra pittura, acquerello, disegno e cinema d’animazione e la sua ricerca prende spesso le mosse da fotografie d’archivio, immagini di stampa, fotogrammi e paesaggi urbani, interrogando il modo in cui le immagini costruiscono la memoria collettiva.
Al centro dell’esposizione, un viaggio tra Dante, Fellini e la memoria per immagini.
Il fulcro della mostra è Umbra ante memoriam, un monumentale trittico-architettura ispirato alla Divina Commedia. Inferno, Purgatorio e Paradiso diventano tre ambienti visivi attraversati da figure che appartengono a epoche e immaginari differenti. Il Laocoonte convive con Jannis Kounellis, mentre i personaggi del cinema di Federico Fellini e Paolo Sorrentino entrano in un medesimo campo visivo. Non una successione cronologica, ma un montaggio in cui il passato e il presente si sovrappongono, perdendo i rispettivi confini temporali.
La scelta dell’acquerello in bianco e nero rafforza questa dimensione sospesa. Le figure sembrano emergere dal buio, come immagini di una pellicola riaffiorate dalla memoria. Il riferimento a Dante non si traduce in un’illustrazione letteraria, ma in una struttura capace di organizzare lo spazio e di suggerire percorsi di lettura molteplici. Anche la grande vetrata della Fondazione entra nell’opera attraverso una vetrofania che riprende alcuni dettagli del trittico: la luce naturale modifica la percezione delle immagini durante il giorno, mentre quella artificiale ne accentua la dimensione scenografica dopo il tramonto.
La finestra diventa così il dispositivo attraverso cui Milak riflette sul rapporto tra visibile e invisibile. Come l’inquadratura cinematografica, seleziona una porzione di realtà e ne lascia fuori un’altra. È proprio ciò che resta escluso a contribuire al significato di quanto appare.
Nella Sala M, Cabinet sviluppa lo stesso principio attraverso una sequenza di acquerelli che raccoglie scene del cinema italiano del secondo dopoguerra, riferimenti artistici e dettagli architettonici. Le immagini, disposte lungo le pareti come fotogrammi di una bobina distesa nello spazio, costruiscono associazioni senza una gerarchia prestabilita. Una figura acquista senso in relazione a quella che la precede o la segue, proprio come accade nel montaggio di un film. Il titolo della mostra, Proximity, allude a questa vicinanza che non è soltanto fisica. Immagini separate da secoli possono entrare in relazione, mentre distanze minime nello spazio possono contenere intervalli temporali enormi. È anche il risultato della residenza romana dell’artista: l’esplorazione di Cinecittà e dei luoghi legati alla storia del cinema ha alimentato un repertorio in cui Roma non è un semplice soggetto da rappresentare, ma un archivio di immagini, memorie e narrazioni.
«La mostra di Radenko Milak, tra Divina Commedia e cinema italiano – dichiara Clara Floridi, Presidente della Fondazione D'ARC – offre uno sguardo sulla nostra storia e l'immaginario collettivo. Gli acquerelli in bianco e nero, nati durante la sua residenza in Fondazione, testimoniano la nostra missione: contribuire alla ricerca, alla produzione artistica e alla diffusione dell'arte contemporanea».
Per la Fondazione, il progetto offre anche l’occasione di mettere in relazione la propria identità architettonica con una ricerca artistica che lavora proprio sulla stratificazione: la riqualificazione dello spazio industriale e il recupero delle tracce del passato trovano infatti un corrispettivo nella pratica di Milak, che riunisce frammenti di storia in una nuova composizione.
La sfida, per un’istituzione nata da una collezione privata e orientata a una vocazione pubblica, è fare in modo che questa relazione non si esaurisca nel singolo evento. Mostre, residenze, attività educative e collaborazioni sono gli strumenti con cui la D’ARC ambisce a costruire un presidio culturale stabile nel quadrante Tiburtino. Proximity racconta, in questo senso, qualcosa di più di un incontro tra arte e cinema: mostra come la prossimità possa diventare un metodo, capace di mettere in relazione patrimoni privati e fruizione pubblica, memoria industriale e produzione contemporanea, ricerca artistica e territorio.
(Foto: Olivia Rainaldi)
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