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Martedì 11 Dicembre 2018, ore 18.43
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L’insostenibile leggerezza del debito

Dieci anni buttati

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

E' così, ma tutti tacciono: chi per viltà, chi perché nel frattempo si è fatto ricco. Una nuova ricchezza tutta di carta, di cui sui mercati si comincia ad avere paura.

Perché, ora che si riduce la immissione di moneta a costo zero da parte delle banche centrali, e che i tassi di interesse cominciano a risalire, tutti i nodi tornano al pettine.

Le quotazioni azionarie hanno corso troppo, e pure il debito è cresciuto all'inverosimile, non solo quello degli Stati. Bolla azionaria ed insieme una bolla del debito: una follia.

Ma, d'altra parte, a che cos'altro serviva tutta questa moneta immessa dalle Banche centrali?

Non c'è una teoria chiara dietro le politiche monetarie accomodanti adottate in questi anni dalle Banche centrali: solo la ricerca di una ripresa dell'economia reale.

La Scuola austriaca, quella dei Von Mises, sostiene da oltre mezzo secolo che la colpa delle crisi finanziarie è tutta delle banche centrali: per sostenere la crescita economica abbassano il tasso di interesse al di sotto di quello che sarebbe il livello “naturale”, incentivando investimenti aggiuntivi che non avrebbero avuto altra ragione d'esserci. Ed infatti, non essendoci domanda sufficiente a sostenere la maggior produzione, le imprese cominciano a fallire, per gli investimenti inutili finanziati a debito. Le banche centrali intervengono nuovamente, finanziano le imprese a costo irrisorio per evitarne il fallimento, ed il ciclo si ripete daccapo.

Che cosa hanno fatto le Banche centrali in questi anni, se non immettere tanta liquidità a costo zero, dopo una crisi americana derivante dalla erogazione di mutui a chi non poteva rimborsarli, ed una crisi europea basata su squilibri analoghi? Si erano indebitate intere popolazioni, da quella greca a quella spagnola, nonostante non avessero le risorse necessarie per rimborsare. Ed è stato il crack.

Stavolta, per le imprese europee l'obiettivo è stato quello di limitare i costi. E, così, si sono adottate le cosiddette riforme strutturali, volte ad aumentare la competitività internazionale. Questa è stata ottenuta riducendo la domanda interna, per indurre le aziende a vendere all'estero, ed insistendo sulla flessibilità del mercato del lavoro. Salari legati alla produttività aziendale, impieghi sempre più precari, maggiore facilità di licenziare. Gli investimenti delle imprese sono stati funzionali al miglioramento dei profitti.

La ripresa economica nel mondo occidentale è stata trainata, anche stavolta, dalla riduzione dei costi dell'indebitamento, deciso dalle Banche centrali.

Per questo i mercati ora temono il rialzo dei tassi, che influirà sulla capacità di rimborso delle famiglie, sui margini di profitto delle imprese, sugli equilibri delle finanze pubbliche.

Le quotazioni azionarie non reggono le prospettive derivanti dall'aumento dei tassi di interesse: sia per il taglio dei profitti derivante dal maggior costo del debito delle imprese, sia per il calo dei fatturati che deriverà dagli aggiustamenti della domanda pubblica e di quella delle famiglie. Basta farsi due conti.

Dieci anni buttati.

L'insostenibile leggerezza del debito.

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