Mercoledì 8 Luglio 2020, ore 16.56
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In Venezuela, è come in Siria

Un conflitto geopolitico, stavolta nel cortile di casa americano

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Accade, ora, che la legittimità della Presidenza di Maduro sia stata contestata formalmente ad inizio di quest'anno, il 9 gennaio, dalla Assemblea nazionale. Juan Guaidó, che ne è stato eletto Presidente, si è dunque autoproclamato Presidente ad interim, appellandosi all'articolo 233 della Costituzione in cui si prevede che spetti al presidente dell'Assemblea Nazionale assumere l'interim in caso di vuoto di potere. La vicenda è però ancora più complessa, in quanto all'Assemblea nazionale è subentrata nel 2017 un'Assemblea nazionale costituente, eletta per redigere una nuova Costituzione.

La Comunità internazionale, di fronte a questi eventi, si è divisa in tre tronconi: da una parte, guidata dagli Usa, ci sono i Paesi che sostengono il Presidente ad interim Guaidò, che in queste ultime ore ha lanciato l'Operazione libertà, chiedendo alle forze armate ed ai cittadini di sostenerlo nella rivendicazione del potere legittimo e democratico. Il Segretario di Stato americano Pompeo e il Consigliere per la sicurezza nazionale Bolton hanno sostenuto l'azione di Guaidò, senza escludere un intervento, opzione che rimane sul tappeto. In aggiunta, lo stesso presidente Donald Trump ha diffidato il governo di Cuba dal continuare ad offrire il suo sostegno militare al regime di Maduro, minacciando in caso contrario un ulteriore inasprimento delle sanzioni già in atto.

Sul versante diametralmente opposto, la Russia ha confermato di ritenere legittima la Presidenza Maduro. Il ministro degli esteri russo, Lavrov, ha sostenuto che ogni intervento americano rappresenta una intromissione inammissibile negli affari interni del Venezuela.

C'è poi un terzo avviso, sostenuto dal Messico, dalla Spagna e dall'Italia, secondo cui la transizione democratica va affrontata con nuove elezioni.

In queste ore, sembra fallita l'Operazione Libertà, che è stata organizzata tra il 30 aprile ed il 1° maggio da Guaidò, per assestare il colpo finale al regime di Maduro. Le manifestazioni di piazza della popolazione ed il sostegno di uno sparuto drappello di militari, non sono riuscite ad abbattere la Presidenza Maduro.

Il conflitto politico ora è mediatizzato più che mai, con i protagonisti delle due parti, ed i loro rispettivi sostenitori stranieri, capaci di monopolizzare la scena.

Servono incidenti violentissimi, morti a decine se non a centinaia e feriti comunque a migliaia tra i manifestanti, che ancora non ci sono stati. Si cercava, si cercherà a tutti i costi una reazione violenta delle forze di polizia, se non dell'esercito venezuelano contro i manifestanti: solo il sangue degli innocenti potrà giustificare un intervento militare esterno, umanitario, per difendere la popolazione inerme dalla brutalità della repressione. Già ci hanno provato, qualche tempo fa, con l'arrivo di convogli di viveri dall'estero, per porre rimedio alla penuria che sta massacrando il Paese. Una maniera volta ad invogliare la popolazione a schierarsi in massa contro il regime, dalla parte dei liberatori. Propaganda politica.

E così, celebrando la Festa del lavoro, il 1° maggio, il Presidente Maduro ha offerto un ramoscello d'ulivo all'opposizione, chiamando per il prossimo sabato 4 maggio una giornata di dialogo, per riflettere tutti insieme e correggere gli errori compiuti dall'inizio della Rivoluzione. Una iniziativa volta a sminare il campo da manifestazioni di dura protesta. Nessuno può dire se funzionerà.

Tra l'America di Donald Trump e la Russia di Vladimir la sfida continua.

Un conflitto geopolitico, stavolta nel cortile di casa americano.

In Venezuela, è come in Siria.
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