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Giovedì 4 Giugno 2020, ore 00.58
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Da Quota 90 all'Euro, il filo nero della speculazione

Da Mussolini ad Andreotti, da Baffi a Ciampi: la libertà dei capitali è pagata da imprese e lavoratori

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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E' tempo di guardare indietro, e molto, per mettere insieme tanti dettagli della vita politica ed economica dell'Italia, che sono legati insieme da un unico filo nero: la speculazione sui mercati valutari, e poi su quelli finanziari, ha messo con la schiena al muro la gran parte dei nostri governanti.

Mussolini, nel '26, si arrese. Impose la "Quota 90", l'obiettivo di riportare il cambio tra la Lira e la Sterlina al livello del 1923, quando aveva assunto il potere. La difesa della Lira divenne una priorità politica assoluta.

Era stato risanato il bilancio dello Stato, riportandolo in pareggio, ma per rendere meno pesante gli effetti dei tagli alle spese era stato aumentato il credito all'economia: le banche avevano finanziato la speculazione di Borsa, e c'era il timore che quei valori non reggessero. I capitali cominciarono a fuggire, peggiorando il cambio, superando quota 120.

Ci si domanda perché sia stata presa una decisione così drastica, che richiese una riduzione sanguinosa dei salari e dunque del tenore di vita delle classi più povere, contadini, operai ed impiegati. Mentre i salari venivano tagliati del 20%, i prezzi calavano solo del 10%: fu un massacro.

Si afferma che si trattò di una resa al grande capitale finanziario, ai potentati industriali ed ai latifondisti agrari. E' vero, ma non si spiega il perché. Probabilmente, ma questa è una mia supposizione, il ragionamento fu politico: si preferì guidare il processo di impoverimento anziché subirlo. Gli effetti della svalutazione della Lira si sarebbero scaricati sui prezzi al consumo, per via del maggior costo delle importazioni. Magari, di fronte ad un aumento dei prezzi del 30%, i salari non sarebbero cresciuti affatto, o molto poco: l'impoverimento sarebbe stato maggiore, ed il disordine sociale ed economico, tra scioperi e fallimenti, sarebbe stato superiore.

Anche Andreotti, nel '78, si arrese. In un periodo infinitamente diverso, decise per l'ingresso della Lira nello SME, il Sistema monetario europeo. La sinistra comunista era contrarissima, ed un economista finissimo come Luigi Spaventa chiarì in Parlamento che questa decisione avrebbe limitato di gran lunga la sovranità economica italiana, con effetti pesanti sullo sviluppo economico, soprattutto nel Mezzogiorno, e sui salari.

Anche in questo caso vale la pena di chiedersi per quale motivo il Presidente del Consiglio Andreotti sostenne questa decisione, che limitava la libertà di svalutare la lira, recuperando competitività sull'estero.
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