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Da Quota 90 all'Euro, il filo nero della speculazione

Da Mussolini ad Andreotti, da Baffi a Ciampi: la libertà dei capitali è pagata da imprese e lavoratori

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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C'era stata una voce sempre contraria: Paolo Baffi. Predecessore di Ciampi in Banca d'Italia, era stato nettamente contrario a queste due scelte, all'ingresso nello Sme ed all'adesione all'euro.

I vincoli europei eccessivi, a senso unico. Sono cessioni di sovranità senza adeguate contropartite: nel caso di crisi economica, sia il cambio fisso dello SME che, a maggior ragione, la moneta unica richiedono un aggiustamento verso il basso dei salari reali, mentre il mantenimento di un certo grado di libertà valutario consente di stemperare gli aggiustamenti con la inflazione derivante dalla svalutazione.

Nel 1978, sullo SME, Baffi era stato nettamente contrario: "La posizione italiana è rimasta più di altre coerente con l'obiettivo di costruire un sistema in grado di accogliere tutti i paesi membri e di ridurre pericoli non solo inflazionistici, bensì anche deflazionistici. In questa prospettiva si è sottolineato che gli impegni reciproci in materia di cambio, impostati su una effettiva simmetria di aggiustamenti economici, dovevano essere accompagnati sia da sostegni finanziari, per fronteggiare attacchi speculativi, sia da aiuti sostanziali ai paesi meno forti […]. Impegni rigorosi di cambio devono essere principalmente sorretti da un progressivo adeguamento reciproco delle politiche economiche e monetarie; si rischierebbe altrimenti un nuovo insuccesso".

Baffi ebbe ragione: nel '92 la Lira fu oggetto di un pesantissimo deflusso di capitali verso la Germania, che aveva alzato i tassi di interesse per bloccare l'inflazione interna e per raccogliere capitali stranieri per finanziare la Riunificazione. La svalutazione, che comportò l'uscita dallo SME, fu dovuta al venir meno della solidarietà concordata fra le Banche centrali dei Paesi aderenti all'accordo. La Bundesbank non sostenne il cambio della Lira, perché la Germania aveva interesse all'arrivo dei capitali in fuga dall'Italia.

Anche rispetto all'ingresso nell'Euro, Baffi era contrario: "La storia monetaria d'Europa ci rivela che, ogni qual volta la parità di cambio è stata eretta a feticcio o imposta senza adeguato riguardo alle sottostanti condizioni dell'economia, le conseguenze sono state nefaste […]. Nello stesso ambito delle economie sviluppate, si deve osservare che un sistema a guida marco, fondato sulla stabilità dei prezzi, e sulla rigidità del cambio, impone a qualsiasi Paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito (come furono i due del prezzo del petrolio negli anni Settanta) la scelta fra il finanziamento estero e il ricorso all'abbattimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari, che da Keynes in poi sappiamo essere oltremodo difficile e costoso in termini di tranquillità sociale e di produzione di reddito. L'aggiustamento relativo di prezzi e salari sarebbe più facile su un'onda di moderata inflazione diffusa al sistema, ma l'obiettivo essendo quello più severo dei prezzi stabili, questa agevolezza non si dà e di tanto si aggrava il vincolo della fissità del cambio".
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