Martedì 15 Giugno 2021, ore 23.20
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Banche, Factoring e PMI vittime predestinate delle nuove norme di vigilanza

Economia, PMI ·
(Teleborsa) -
Non bisognerebbe mai scordarsi che in Italia se si vuole misurare la febbre alle nostre aziende per capire se riusciranno a sopravvivere alla pandemia, è indispensabile misurare la febbre anche al nostro sistema bancario per capirne lo stato di salute. E questo strettissimo e storico legame tra sistema bancario e sistema produttivo è certificato dalla legge del 90/60/90.



Il 90% delle imprese italiane è costituito da piccole imprese, il 60% di queste ha un rating border line (B/BB/BBB o equivalenti), il 90% di queste PMI ha la banca come fonte primaria o esclusiva di sostegno finanziario. E' dunque evidente che nell'attuale situazione di grande emergenza il sistema bancario debba fare tutto il possibile per evitare che le aziende collassino nell'arco temporale compreso tra il punto acuto della crisi e l'inizio di una ripresa basata anche sull'arrivo di ingenti fondi strutturali europei.

E qui però sorgono due problemi. Il primo è costituito dal fatto che, è vero che il sistema bancario italiano è riuscito a ridurre drasticamente, grazie anche al sostegno dell'ABI (Associazione Bancaria Italiana), il fardello di credito deteriorato formatosi a seguito di 12 anni di crisi. Ma è anche vero che questa massa di NPL - Non Performing Loan continua ad essere di circa 3 volte superiore alla media europea. Il secondo problema è che questo fardello potrebbe riappesantirsi non solo per gli effetti del lock down, ma anche a causa delle nuove normative di vigilanza sugli sconfinamenti continuativi oltre i 90 giorni di privati ed imprese (past due) che entreranno in vigore dal 1 gennaio 2021.

Semplificando, oggi una azienda italiana entra in credito deteriorato al verificarsi di due condizioni: deve avere uno sconfinamento continuativo oltre i 90 giorni e questo sconfinamento deve essere superiore al 5% del totale delle esposizioni verso la banca (soglia di materialità). Ebbene, poiché durante la notte di S. Silvestro questa soglia verrà abbassata all'1%, ne consegue che tutta una massa di impieghi bancari verso aziende e privati verrà catturata dalla sempre più vischiosa ragnatela del credito deteriorato.

La conseguenza immediata per le banche riguarderà l'obbligo di effettuare sulle posizioni catturate accantonamenti molto più pesanti a conto economico. Per le aziende le conseguenze riguarderanno, invece, la limitazione all'accesso al credito, il deterioramento del rating, il peggioramento delle condizioni applicate ai prestiti etc. Ma, soprattutto, a livello macro, le nuove regole di vigilanza, imponendo ulteriori accantonamenti ed eventuali rafforzamenti patrimoniali alle banche, potrebbero impedire al sistema bancario di supportare adeguatamente un settore produttivo in totale emergenza. Ma è importante sottolineare che le norme in esame non mettono solo in pericolo il supporto delle banche alle imprese, ma rischiano concretamente di inaridire un'altra fondamentale fonte di sostegno finanziario per le aziende: il factoring.

Infatti, queste regole sparano nel mucchio senza fare troppi distinguo tra ritardi sui debiti finanziari e ritardi sui pagamenti di debiti commerciali (debito di fornitura). E qui diventa urgente fare alcune precisazioni. 1) Il problema dei termini di pagamento molto lunghi in Italia ha le radici nella notte dei tempi, coinvolge pienamente la PA e non ha eguali in Europa. Di conseguenza, appare lodevole il tentativo a livello europeo di arginare il problema con le nuove norme, ma, purtroppo, non è una cosa che si può risolvere per decreto da un balcone come è stato fatto per la povertà. 2) In Italia il nesso causa – effetto tra ritardo nei pagamenti sulle transazioni commerciali e rischiosità del debitore semplicemente non esiste (o quantomeno non è provato). Da noi i tempi medi di incasso e pagamento sono storicamente connessi alla forza contrattuale delle controparti, hanno più a che fare con atteggiamenti da mercante levantino che con reali pericoli di default delle controparti 3) di conseguenza considerare ugualmente rischiosi i ritardi sul pagamento dei debiti finanziari e quelli su transazioni commerciali appare assai discutibile. Tanto è vero che le serie storiche evidenziano come un ritardo di oltre 90 giorni su un pagamento finanziario (ad esempio una rata di mutuo) sia un ottimo linfonodo sentinella di una crisi di liquidità di una azienda. Cosa assolutamente non vera in caso di ritardi sul pagamento di fatture anche a causa di motivazioni tecniche che assorbono tempo (tempo di spedizione, controlli di qualità etc). Anche nei sistemi di rating, infatti, gli algoritmi attribuiscono ai debiti finanziari un peso decisamente superiore a quello attribuito alle transazioni commerciali 4) da non sottovalutare, oltretutto, le dimensioni del fenomeno factoring. Fausto Galmarini, presidente di Assifact, ci ricorda che nel 2019 sono stati ceduti a banche e società di factoring 255 mld di crediti da parte di 25.000 imprese (di cui 60% PMI) e che il factoring contribuisce al PIL italiano per il 14%.

E allora, in considerazione dell'attuale pestilenza, sarebbe assolutamente opportuno che a livello Europeo si intervenisse per evitare che le nuove norme, tra l'altro pensate in uno scenario totalmente differente dall'attuale, possano danneggiare gravemente il mondo produttivo. Anche perché appare piuttosto bipolare l'atteggiamento di una Europa che, da una parte, professa di voler fare ogni sforzo per salvare le aziende iniettando liquidità nei sistemi e, dall'altra, applica normative in grado di inaridire i principali sostegni finanziari delle imprese specie medio piccole.

Andrea Ferretti
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