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Europa, sul gas è "déjà vu" con rialzi dei prezzi ben più ampi che in Asia. Italia molto esposta

La ricerca di Intesa Sanpaolo

Energia
Europa, sul gas è "déjà vu" con rialzi dei prezzi ben più ampi che in Asia. Italia molto esposta
(Teleborsa) - Ancora una volta, un grave conflitto ha bloccato le spedizioni di gas da un importante produttore. E, come quattro anni fa, i prezzi energetici hanno registrato rialzi ben più ampi in Europa che in Asia. Lo fa notare Intesa Sanpaolo in una ricerca sul tema, parlando di "déjà vu" ed evidenziando anche che l'Italia risulta fra i paesi più esposti alle incertezze del commercio internazionale di materie prime.

L'analisi fa emergere che la buona notizia è che gran parte del commercio mondiale di gas naturale avviene via gasdotto: la quota di GNL sul consumo mondiale di gas è appena del 30%. Di questi volumi trasportati via mare, circa un 20% (quindi approssimativamente il 6% della domanda mondiale di gas), transita da Hormuz e proviene principalmente dal Qatar. Si tratta di una quota sul mercato globale molto inferiore rispetto al petrolio. Guardando alle cattive notizie, viene sottolineato che, a differenza degli idrocarburi liquidi che possono essere più facilmente immagazzinati e conservati per periodi prolungati, la capacità di stoccaggio del gas è generalmente limitata perché si tratta di un'attività ben più costosa. Un secondo fattore da considerare è che parte degli idrocarburi liquidi può essere trasportata al di fuori del Golfo Persico via oleodotti che arrivano in porti sul Mar Rosso (Yanbu) o sull'Oceano Indiano (Fujairah), mentre non esistono gasdotti che oltrepassino Hormuz. Di solito, i tempi di riavvio di un giacimento di gas sono più lunghi rispetto ad un pozzo petrolifero convenzionale, e possono estendersi sino ad un mese.

In questa nuova crisi, l'Europa è "particolarmente mal posizionata", si legge nella nota firmata da Daniela Corsini, economista delle materie prime per Intesa Sanpaolo. Dal 2022, il vecchio continente ha efficacemente ridotto le importazioni via gasdotto dalla Russia, ma ha aumentato le importazioni di GNL. Se prima del 2022 dipendevamo per circa il 40% dai flussi russi, oggi dipendiamo per oltre il 45% dai carichi di GNL: circa il 27% arriva dagli USA, il 7% dalla Russia, e il 10% da altri paesi. Il Qatar pesa in media il 4%.

Un fattore da considerare è che uno stop da Hormuz rende tesi tutti i mercati mondiali del GNL, ed in particolare quelli dell'Asia, verso cui i flussi in uscita da Hormuz sono per la stragrande maggioranza destinati (per oltre l'85%). "L'Europa deve quindi subire sia prezzi più elevati, dato lo shock globale di offerta, sia una maggior concorrenza internazionale per i carichi di GNL", viene evidenziato. Un rialzo dei prezzi energetici ha un maggior impatto sulle economie europee che su quelle asiatiche perché la dipendenza dalle importazioni di gas è mediamente superiore. I paesi del Nord Asia beneficiano di mix di generazione più bilanciati grazie a un maggior utilizzo del nucleare (Giappone), del carbone e delle rinnovabili (Cina) rispetto all'Europa. Ciò spiega perché il premio del TTF (benchmark del gas naturale europeo) sul JKL (riferimento per il GNL in Nord Asia) è esploso nei primi giorni di conflitto: pur ricevendo relativamente pochi flussi dal Qatar, il vecchio continente è estremamente dipendente dal GNL, e gli operatori sono quindi disposti a pagare un premio pur di ricevere le consegne. A peggiorare lo scenario, contribuisce il fatto che ancora una buona parte delle spedizioni di GNL verso l'Europa non è vincolata da contratti a lungo termine, ma è regolata su base spot, e quindi caratterizzata da maggiore incertezza sia sui prezzi sia sulle consegne.

Come nel 2022, la sicurezza energetica europea potrebbe essere messa nuovamente a repentaglio da problemi di approvvigionamento perché, come quattro anni fa, le scorte di gas sono "eccezionalmente basse", sostiene la ricerca. Nell'estate 2025 i depositi non sono stati riempiti a sufficienza perché ritenuto non economicamente conveniente da alcuni operatori, soprattutto tedeschi e olandesi, e nell'inverno 2025/26 si sono svuotati più velocemente della media a causa di temperature più rigide che hanno spinto al rialzo i consumi e a causa di alcuni problemi di generazione da nucleare in Francia, che ha portato ad un maggiore ricorso al gas per la produzione di elettricità.

Nello scenario di base di Intesa, viene ipotizzato che i flussi dal Golfo Persico siano bloccati fino a metà maggio e che la perdita di circa il 17% delle esportazioni di GNL dal Qatar non sarà recuperata in tempi brevi a causa dei gravi danni riportati dalle infrastrutture di Ras Laffan dopo l'attacco iraniano del 19 marzo. Le esportazioni complessive di gas da Hormuz potrebbero tornare ai livelli di inizio 2026 solo verso la metà del 2027. Altri paesi aumenteranno le spedizioni per compensare la perdita dal Medio Oriente (e beneficiare di prezzi più elevati), ma ciò risulterà appena sufficiente per riportare il mercato mondiale in equilibrio verso fine anno. Date queste ipotesi, il TTF potrebbe attestarsi vicino ad una media di 70 euro nel 2° e nel 3° trimestre. Su base annua, il TTF passerebbe da una media di 36 euro nel 2025 a circa 59 euro nel 2026. Confermata la previsione di un ampio calo nel 2027 verso una media di circa 32 euro come conseguenza dell'incremento dell'offerta mondiale di GNL trainata dagli investimenti negli Stati Uniti, in Australia e Malesia.

"Purtroppo, anche nello scenario più favorevole, con un conflitto di breve durata e limitate ripercussioni sugli approvvigionamenti nei mesi estivi, i prezzi di gas ed energia in Europa resteranno ben superiori rispetto ad altre regioni, sia a causa della pressante necessità di riaccumulare scorte di gas prima del prossimo inverno sia della strutturale dipendenza del continente dalle importazioni", si legge nel report.

"Il confronto con altre nazioni è impietoso - viene aggiunto - Gli Stati Uniti hanno raggiunto la piena autosufficienza energetica e sono anzi esportatori netti, con volumi di export pari a circa il 9% dei propri consumi. La Cina, pur essendo il primo importatore al mondo di materie prime energetiche e industriali, dipende dall'estero per appena il 20% dell'energia consumata ogni anno. Al contrario, in Europa quasi il 57% della domanda di energia è soddisfatto dalle importazioni. L'Italia risulta fra i paesi più esposti alle incertezze del commercio internazionale, con una dipendenza dall'estero prossima al 74% dei consumi di energia. La Francia resta invece fra i paesi più resilienti grazie alla generazione da nucleare, ma resta comunque dipendente per oltre il 40% dalle importazioni".
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