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CRIBIS Italian Mood Index 2026: segnali positivi dalle imprese, ma il clima resta incerto

Economia
CRIBIS Italian Mood Index 2026: segnali positivi dalle imprese, ma il clima resta incerto
(Teleborsa) - Le imprese italiane mostrano un sentiment positivo, grazie soprattutto alle componenti legate alla sostenibilità e all’andamento economico, ma fragile, in particolare per le criticità nella supply chain e nella gestione delle risorse umane. È quanto emerge dal CRIBIS Italian Mood Index 2026, realizzato da CRIBIS, società del Gruppo CRIF specializzata nel fornire informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese, in collaborazione con Nomisma. L’indice registra un valore complessivo pari a 102, in calo rispetto allo scorso anno (108).

L'indice misura il sentiment delle imprese italiane ed è costruito integrando dati di bilancio di circa 220 mila imprese, dati CRIBIS iTrade, banche dati pubbliche nazionali e internazionali, l’Osservatorio Controvento Nomisma e i risultati di una survey Nomisma condotta ad aprile 2026 su 110 imprese italiane.

L’analisi si compone di sette macro-indici: confidenza finanziaria, solidità della supply chain, consolidamento delle relazioni, confidenza degli investimenti, risorse umane, prossimità al Club "Controvento", sostenibilità.

Il dato fotografa un sistema imprenditoriale ancora capace di tenuta, sostenuto da una buona solidità economico-finanziaria, dalla continuità degli investimenti e da una progressiva maturazione sui temi ESG. Allo stesso tempo, il ridimensionamento dell’indice segnala un clima più prudente, condizionato da criticità strutturali che continuano a incidere sulle prospettive di crescita: in particolare, la fragilità delle supply chain, il peso dei costi logistici e la difficoltà nel reperire competenze adeguate.

"Il CRIBIS Italian Mood Index 2026 fotografa un sistema produttivo ancora solido, ma entrato in una fase più selettiva. Le imprese italiane continuano a investire e a mantenere relazioni commerciali stabili, ma lo scenario è cambiato: tensioni geopolitiche, costi logistici, pressione sui margini e difficoltà nel reperire competenze rendono la crescita meno lineare rispetto al passato. In questo contesto, la competitività non dipende solo dalla capacità di generare fatturato, ma dalla qualità della gestione: liquidità, controllo del rischio, affidabilità delle filiere e capacità di leggere i dati diventano leve centrali per sostenere gli investimenti e affrontare l’incertezza", commenta Marco Preti, Amministratore Delegato di CRIBIS.

Finanza in tenuta, ma i tassi restano un freno

La confidenza finanziaria si attesta a 102, confermando un clima complessivamente positivo. I bilanci 2024 mostrano una struttura economico-patrimoniale solida, sostenuta dal buon andamento dell’EBITDA margin, da un indebitamento sotto controllo e da una leva finanziaria stabile. Nel triennio 2022-2024 la redditività operativa, misurata attraverso l’EBITDA su ricavi, cresce del 16% a livello aggregato, con le grandi imprese in testa.

Resta tuttavia il peso dei tassi di interesse: più della metà delle imprese dichiara che il permanere di tassi elevati ha inciso negativamente sull’operatività nell’ultimo anno, rendendo più onerosa la gestione finanziaria quotidiana. In questo scenario, le realtà medio-grandi si confermano le più solide, grazie a una redditività in miglioramento e a una struttura patrimoniale più capace di assorbire le pressioni finanziarie.

Relazioni commerciali solide in un contesto più selettivo

Il macro-indice relativo al consolidamento delle relazioni raggiunge quota 103, restando in territorio positivo. Secondo i dati CRIBIS iTrade, il 70% dei clienti è ancora attivo nel portafoglio fornitori dopo un anno e il 62% dopo due anni. In un contesto segnato da supply chain instabili e strategie di riorganizzazione delle filiere, mantenere quasi due terzi della base clienti a 24 mesi rappresenta un segnale di continuità e fiducia nei rapporti commerciali.

Anche la struttura dei rapporti di fornitura mostra una certa stabilità: il 63% delle imprese dichiara che negli ultimi tre anni il numero di fornitori è rimasto pressoché invariato, mentre il 22% segnala un aumento e il 14% una diminuzione.

Supply chain ancora fragile, nonostante il lieve recupero

La solidità della supply chain resta una delle principali aree critiche del Mood Index. L’indice si attesta a 94, in lieve miglioramento rispetto al 92 della precedente edizione, ma ancora sotto la soglia di neutralità. Il dato segnala una parziale riorganizzazione delle filiere, senza però indicare un ritorno alla piena normalità.

Le imprese italiane continuano infatti a operare in un contesto segnato da tensioni geopolitiche, instabilità delle rotte commerciali e rincari. Oltre tre imprese su quattro dichiarano di aver subito l’impatto dell’aumento dei costi delle materie prime, mentre una su due è stata penalizzata dal prolungarsi dei tempi di consegna. Guardando al 2026, molte aziende prevedono un ulteriore aumento dei costi logistici e non si attendono un rapido ritorno alla stabilità.

A fronte di queste criticità, le imprese stanno adottando strategie di adattamento: il 41% ha aumentato le scorte di magazzino, il 37% ha migliorato la comunicazione verso i clienti sui ritardi legati alla fornitura di materie prime o semilavorati e il 25% ha ricercato fornitori più vicini, in Italia o in Europa, per accorciare la supply chain.

Investimenti in tenuta, focus su tecnologia e digitalizzazione

Nonostante il contesto complesso, gli investimenti restano uno dei segnali positivi. L’indice di confidenza degli investimenti si attesta a 104, sopra la soglia di neutralità, pur in riduzione rispetto alla precedente edizione. Secondo la survey, il 50% delle imprese ha effettuato investimenti rilevanti negli ultimi anni, spesso con un focus su innovazione tecnologica e digitalizzazione. I dati macroeconomici rafforzano questa lettura: in Italia, nel 2025, gli investimenti in apparecchiature ICT raggiungono 16,167 miliardi di euro (+3% rispetto al 2024), quelli in ricerca e sviluppo 31,111 miliardi (+5%) e quelli in software e basi dati 33,881 miliardi (+3%). Anche la capacità di realizzare i piani programmati resta elevata, con un tasso di realizzo pari a 98,6 nel manifatturiero e 104,0 nei servizi.

ESG sopra soglia, ma in una fase più pragmatica

L’indice di sostenibilità si attesta a 105, confermandosi positivo ma in riduzione rispetto alla precedente edizione. Il dato non indica un arretramento del percorso ESG, quanto piuttosto una fase di maggiore pragmatismo e ricalibratura.

Gli indicatori ambientali, sociali e di governance mostrano un miglioramento costante nel triennio, a conferma di un impegno operativo crescente da parte delle imprese nell’adozione di pratiche ESG. Allo stesso tempo, la rilevanza attribuita ai temi ESG nelle strategie di investimento registra una lieve flessione, così come il contributo percepito dei requisiti ESG al miglioramento dell’operatività.

L’introduzione del Pacchetto Omnibus, orientato alla semplificazione degli obblighi di rendicontazione, contribuisce a creare un contesto più chiaro e gestibile, favorendo un approccio più pragmatico e meno burocratico alla sostenibilità.

Controvento stabile, lavoro ancora critico

Il macro-indice Controvento si conferma il più alto tra i sette indicatori, con un valore pari a 110, sostanzialmente stabile rispetto alla precedente edizione. I bilanci 2024 evidenziano un numero crescente di imprese che si avvicinano ai parametri richiesti per entrare nel Club Controvento, soprattutto in alcuni settori manifatturieri rappresentativi del Made in Italy, come alimentare, packaging e cosmetica.

Più complesso il quadro delle risorse umane, il cui indice si attesta a 94, sotto la soglia di neutralità. Il mercato del lavoro mostra dinamiche contrastanti: da un lato, il 2025 segna livelli occupazionali record e un calo significativo dei NEET, con la quota nel Sud che scende nell’ultimo biennio dal 28% al 20%; dall’altro, resta centrale il problema dello skill mismatch.

Il 72% delle aziende segnala infatti difficoltà nell’inserimento di profili specializzati, una criticità che attraversa settori e territori e riflette il disallineamento tra competenze richieste e competenze disponibili. La carenza non riguarda solo le figure altamente tecniche, ma anche ruoli intermedi che richiedono competenze digitali, gestionali o operative aggiornate.

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