(Teleborsa) - Le più recenti
decisioni di politica monetaria adottate dalla
Banca Centrale Europea e dalla
Federal Reserve e la tempestività dei rispettivi interventi sui tassi di interesse in rapporto alle dinamiche inflazionistiche. Il tema è al centro dell'analisi condotta dall'economista
Andrea Ferretti nell'ultima
Ecopillola, che illustra le motivazioni macroeconomiche che hanno guidato le banche centrali in un contesto di forti tensioni sui mercati energetici e di transizioni politiche interne.
1 - La BCEL'11 giugno, la BCE, come peraltro previsto, ha dovuto
invertire la rotta ed alzare i tassi di interesse di
25 basis points, portando così i tassi sui depositi al 2,25%.
Una scelta forse sofferta, ma necessaria per tenere a bada la
spirale inflazionistica innescata dal conflitto del Golfo. Infatti, a maggio, l'inflazione generale calcolata su base annuale è bruscamente salita nell'Eurozona
al 3,2%, ben al di sopra del target del 2% indicato dalla BCE: Spagna e Italia al 3,2%, Francia al 2,4%, Germania al 2,6%. Il problema è che anche l'inflazione core, calcolata al netto delle fonti energetiche, è aumentata a maggio, segno di un progressivo contagio anche degli altri comparti. Ciò detto, non si può escludere che, qualora il direttivo della BCE si fosse tenuto dopo
l'accordo Stati Uniti-Iran e non poco prima, come in realtà accaduto, probabilmente la banca centrale europea avrebbe mantenuto lo status quo sui tassi. Comunque sia, considerando la fragilità dell'accordo, la forte dipendenza dell'Europa dall'import di gas e petrolio, nonché i tempi lunghi previsti per il raffreddamento dei prezzi, direi che la BCE non debba essere accusata di essere stata
troppo precipitosa.
2 - La FedPochi giorni dopo la decisione della BCE e, soprattutto, poco dopo l'accordo tra Stati Uniti e Iran, il
direttivo della Fed ha deciso di mantenere
inalterati i tassi di interesse nell'intervallo
3,50%-3,75%. Da sottolineare che non si è trattato di una riunione qualunque, bensì della prima dell'
era Warsh, appena designato da Trump come successore dell'eroico Jerome Powell. Ciò premesso, probabilmente il congelamento dei tassi era l'unica scelta percorribile dalla Fed. Infatti, da un punto di vista economico, un abbassamento dei tassi in presenza di
un'inflazione al 4,2%, che oltretutto, secondo la stessa Fed, si raffredderà molto lentamente nonostante la riapertura di Hormuz, sarebbe stato del tutto ingiustificato. Parallelamente, dal punto di vista politico, un repentino abbassamento dei tassi sarebbe stato sicuramente visto come un palese atto di
sottomissione di Warsh a Trump, che come noto ha bisogno di tassi bassi per rilanciare l'economia in vista delle delicate elezioni di novembre. Al lato opposto, un aumento dei tassi all'indomani dell'accordo Stati Uniti-Iran sarebbe stato considerato sicuramente
alto tradimento da parte del presidente Trump. Parallelamente, dal punto di vista economico, un innalzamento dei tassi sarebbe stato forse inutilmente affrettato; meglio attendere un po' per valutare la capacità del sistema economico americano di assorbire lo shock energetico prima di pensare ad aumenti dei tassi che finiscono sempre per colpire futuri elettori ed aziende.
Dunque, avrà pensato Warsh, meglio basarsi sul classico
"in medio stat virtus".