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Sistema ETS europeo: energia verde si paga come quella inquinante

Il paradosso che gonfia le bollette di 30 euro a MWh

Economia
Sistema ETS europeo: energia verde si paga come quella inquinante
(Teleborsa) - Tra i 20 e i 25 euro per megawattora. Tanto pesa la componente ETS sulla bolletta elettrica italiana, secondo i dati, dal 15 al 20 per cento del prezzo finale. E la paga anche chi compra energia dal fotovoltaico, che di anidride carbonica non ne emette un grammo. Non è un errore di fatturazione, né un'anomalia contabile. È l'effetto strutturale del sistema europeo di scambio delle quote di emissione — l'Emission Trading System — incastrato nel meccanismo del prezzo marginale che governa il mercato elettrico del continente. In Italia il turbogas copre ancora tra il 40 e il 50 per cento della produzione: è la centrale a gas, coi suoi costi di combustibile e di permessi ETS, a dettare il prezzo per tutti. Le rinnovabili si accodano, incassando rendite intramarginali che la Commissione Europea stima gonfiate del
20-25 per cento. Un paradosso che grava su famiglie e imprese — e che nessuno, finora, ha saputo correggere davvero.

"L'ETS è di fatto una tassa europea che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili» — a dirlo è Veronica Pitea, presidente di ACEPER, l'Associazione Consumatori e Produttori di Energia Rinnovabile che riunisce oltre seimila associati per diecimila impianti sparsi sul territorio nazionale. La distorsione non è sfuggita neppure a Palazzo Chigi. L'11 marzo 2026, in Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha messo un numero sul tavolo. Pitea lo riprende a supporto dell'analisi condivisa dall'associazione: "L'impatto arriva fino a 30 euro per megawattora, un quarto dell'intero costo dell'elettricità in Italia".

La frattura dentro l'Unione è già aperta. Nel biennio 2023-2024, al Consiglio Energia, Italia, Repubblica Ceca ed Estonia hanno spinto per una revisione senza raggiungere il consenso necessario. La proposta italiana di sospendere l'ETS sulla produzione termoelettrica? Bocciata da otto Paesi membri al Consiglio europeo del 19-20 marzo 2026. Dal braccio di ferro è uscito però un compromesso con una scadenza precisa. "Entro luglio 2026, la Commissione europea dovrà presentare una revisione dell'ETS per ridurre la volatilità del
prezzo del carbonio" — precisa Pitea. Ursula von der Leyen ha confermato che la revisione affronterà questioni specifiche per l'Italia — estensione delle quote gratuite per le industrie ad alta intensità energetica — e ha annunciato un fondo da 30 miliardi, l'ETS Investment
Booster, per finanziare la decarbonizzazione industriale. Il dossier torna sul tavolo del Consiglio già a giugno.

Ma il guaio non finisce a Bruxelles. L'Italia utilizza appena il 9 per cento dei proventi delle aste ETS per misure di transizione ecologica, nonostante la Direttiva UE consenta di destinarne fino al 25 per cento a compensi indiretti per le imprese energivore (Ecco Climate). Germania e Francia quei soldi li spendono. In Italia no. L'asimmetria è doppia: si paga di più e si reinveste di meno.

Il decreto bollette del 18 febbraio 2026 ha tentato una prima correzione, scorporando la componente ETS dall'offerta del turbogas e inserendola come voce separata in bolletta. Una misura che impedisce al costo delle emissioni di gonfiare il prezzo marginale per tutte le
fonti. L'onere complessivo, però, non sparisce. Si sposta. Il nodo di fondo resta intatto: il sistema punisce chi emette CO2 ma ignora chi la evita. Pitea taglia corto: "Non riconosce, non premia e non contabilizza chi la CO2 la evita o la assorbe". Un'impresa che monta un
impianto fotovoltaico, sostituisce la caldaia a gas con una pompa di calore, aggiunge batterie di accumulo, sta concretamente riducendo le emissioni del sistema energetico nazionale. Quel contributo nel perimetro ETS non esiste. Niente crediti, niente sconti, niente
riduzione dell'onere nazionale.

La proposta che ACEPER porta all’attenzione delle sedi istituzionali è netta: integrare i crediti di carbonio volontari nel sistema ETS. Consentire che una quota dell'obbligo — fino al 40 per cento — venga compensata non acquistando quote sul mercato finanziario, ma
attraverso azioni certificate di risparmio o assorbimento di CO2. Riforestazione, fotovoltaico, efficienza energetica, accumulo. Il principio, rivendica Pitea, è simmetrico: "Chi risparmia viene premiato". L'effetto stimato è una riduzione dell'onere ETS complessivo fino al 60 per
cento, a seconda della quota di compensazione autorizzata, con benefici diretti sulle bollette di tutti gli utenti collegati alla rete.

A rendere il quadro ancora più grottesco c'è il muro burocratico che frena proprio quegli investimenti in rinnovabili che l'Europa chiede e che il sistema ETS dovrebbe incentivare. I numeri sono impietosi. Le nuove richieste di allaccio per grandi impianti rinnovabili sono crollate del 75 per cento in un solo anno: da 603 nel 2024 a 149 nel 2025. A gennaio 2026, su 1.781 progetti in valutazione presso la Commissione VIA, 1.234 — il 69,3 per cento — risultano bloccati in istruttoria tecnica. E non si tratta solo di grandi parchi solari. Anche il piccolo imprenditore che vuole installare pannelli sul tetto della propria azienda agricola o del proprio albergo si ritrova in un labirinto: dichiarazioni all'Agenzia delle Dogane, documentazione antimafia per il GSE, comunicazioni ARERA, pratiche TERNA Gaudì, verifiche dell'impianto di terra, contributi per l';autorità di regolazione. Le procedure cambiano da Comune a Comune, le Soprintendenze mantengono potere di blocco anche nelle aree classificate come idonee, e la girandola normativa — tra il Testo Unico FER, il decreto legge 175/2025 e la Legge 4/2026 di conversione — ha generato un'incertezza operativa che l'ANCI ha già segnalato come problematica per gli uffici tecnici comunali.

Le conseguenze si misurano in competitività bruciata. Le aziende italiane pagano l'energia a prezzi strutturalmente più alti rispetto ai concorrenti spagnoli, portoghesi o tedeschi che hanno già abbattuto i costi grazie a capacità rinnovabile installata con procedure più rapide. Ogni kilowattora non prodotto dal sole in Italia è gas comprato all'estero, con l'esposizione alla volatilità geopolitica che la crisi del 2022 ha reso drammaticamente concreta.

La finestra temporale è stretta. La revisione ETS è in agenda per luglio 2026, il governo italiano ha già ottenuto l'apertura della Commissione a misure nazionali urgenti. Ciò che manca è una proposta costruttiva che superi la logica della sospensione — già respinta — e offra un modello di riforma credibile. L';integrazione dei crediti di carbonio non smonta il sistema, non contraddice gli obiettivi climatici, non incontra l'opposizione dei Paesi nordici. Lo completa. Per i diecimila impianti rappresentati da ACEPER e per le decine di migliaia di piccole imprese che hanno investito nel green nonostante la burocrazia, il riconoscimento della CO2 evitata trasformerebbe un costo subìto in un valore generato. Per i cittadini, bollette più basse e un sistema energetico che finalmente premia chi contribuisce alla transizione invece di ignorarlo.
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