Teleborsa utilizza cookie, anche di terze parti, e tecnologie simili per gestire, migliorare e personalizzare la tua esperienza di navigazione del sito. Per maggiori informazioni su come utilizzare e gestire i cookie, consulta la nostra Informativa sui cookie.
Chiudendo questa notifica dichiari di aver preso visione e di ACCETTARE LA PRIVACY E I COOKIE DI TELEBORSA.

 
Martedì 21 Gennaio 2020, ore 07.01
Azioni Milano
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

La fava ucraina ed i soliti piccioni

La crisi di Kiev sbarra la porta alla Germania, non solo alla Russia. Riavvolgendo il nastro delle crisi, tutto sembra muoversi sempre intorno agli interessi finanziari e politici di Berlino

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
« 1 2 3 »

Notizie del genere sono benzina sul fuoco, visto che il sistema bancario tedesco è ampiamente esposto con prestiti in Grecia: nel 2008 aveva crediti per oltre 60 miliardi di dollari, un po’ meno delle banche francesi, che addirittura avevano superato gli 80 miliardi. Logico che si cominci a vendere i titoli ed a ritirare i crediti alla scadenza: il mercato finanziario viene scosso, gli spread vanno alle stelle mentre la BCE balbetta. A maggio del 2010 viene varato il primo programma di salvataggio, che inaugura una stagione di lacrime e sangue, in cui Berlino recita la parte dell’inflessibile tiranno. Sarà che anche stavolta lo Stato tedesco, in tutta questa baraonda, ci ha dovuto rimettere dei soldi: ai prestiti bilaterali, cui la Germania partecipa facendo intervenire la Kwf (la Cassa Depositi e Prestiti tedesca), per delega del governo, si aggiungono i fondi necessari per la costituzione dell’EFSM (il primo Fondo europeo Salvastati). Alla Germania, il buco del bilancio pubblico di Atene costa altri 60 miliardi di dollari. Un’altra botta, che si va ad aggiungere a quella presa con i titoli tossici di Wall Street.

Parte nel 2011 la terza bordata: la crisi delle banche spagnole è conclamata. Il loro debito estero era aumentato senza controllo, passando dal 38% del Pil nel 2005 al 61% nel 2008, da 435 miliardi a 1.078 miliardi di dollari. Gli istituti tedeschi erano ancora una volta in prima fila nell'esposizione verso la Spagna, dapprima cresciuta dai 123 miliardi di dollari del primo trimestre 2005 ai 301 miliardi del secondo trimestre del 2008, e poi ridotta ai 178 miliardi del secondo trimestre 2011. Anche gli aiuti dell’Unione europea alla Spagna, finalizzati alla ristrutturazione bancaria, sono costati un bel po’ allo Stato tedesco.

Tutto il 2012 è una interminabile sarabanda, con Berlino che pressa quotidianamente sull’Italia perché metta i suoi conti pubblici in ordine: il G20 di Nizza, con lo scambio di un insopportabile sorriso ironico tra la Cancelliera tedesca Merkel ed il Presidente francese Sarkozy interrogati da un giornalista sulla affidabilità del nostro Premier Berlusconi riassume il senso dei rapporti e delle tensioni. Se salta l’Italia, non è solo l’euro che va in pezzi, ma il sogno di egemonia sull’Europa che la Germania è riuscita a realizzare dopo la Riunificazione del 1989.

Nel 2013 c’è la crisi finanziaria a Cipro: una l’anno, sventata anche questa all’ultimo istante. Cela i soliti interessi tedeschi: di soldi ne girano tanti, le banche di Nicosia gestiscono oltre 150 miliardi di euro, una cifra pari ad 8,3 volte il Pil di Cipro. E’ come se, al confronto, le banche italiane gestissero impieghi per oltre 13 miliardi euro, invece degli appena 1.800. Chissà, a qualcuno possono essere sembrati troppi, anche perché gli investimenti ciprioti all’estero hanno strane destinazioni: il 34% degli investimenti di portafoglio, pari a 12,7 miliardi di euro, viene impiegata in Gran Bretagna, mentre la vicina Grecia, da cui comunque provengono solo il 17,3% dei depositi, è destinataria del 28% di questa tipologia di impieghi, pari a poco più di 10,4 miliardi.

« 1 2 3 »
Altri Editoriali
Commenti
Nessun commento presente.
Per inserire stili HTML nel commento seleziona una parola o una frase e fai click sull'icona corrispondente.