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ICC, Ventura: con la quotazione partnership tech e crescita all'estero

L'intervista a Teleborsa di Gualtiero Ventura, presidente e amministratore delegato della società attiva nei campi della telemedicina e della silver economy

Finanza, IPO ·
(Teleborsa) - Il business di International Care Company (ICC) si basa su due macro-trend che sono destinati a una crescita significativa nei prossimi anni: la sanità digitale e la silver economy, ovvero le attività economiche rivolte alla popolazione con 65 anni o più. In questi ambiti ICC ha una grande esperienza, ma anche la consapevolezza che bisogna muoversi e crescere velocemente per cogliere tutte le opportunità che nasceranno. Proprio per questo ha scelto di quotarsi su Euronext Growth Milan, con l'inizio delle negoziazioni a Piazza Affari atteso per l'8 dicembre. "Scontiamo di essere ancora una società piccola, ma quotarci ora ci dà una grande visibilità e credibilità", dice a Teleborsa Gualtiero Ventura, presidente e amministratore delegato. I clienti della società sono rappresentati quasi esclusivamente da clientela istituzionale quali compagnie assicurative, broker turistici e assicurativi, fondi, casse e mutue, multinazionali ed enti pubblici. Nel 2020 ha realizzato un fatturato pari a 4,5 milioni di euro - di cui il 69,3% in Italia, il 24,9% in Europa e il 5,8% nel resto del mondo - ma l'obiettivo è una crescita significativa grazie a nuove partnership ed espansione all'estero.

La vostra esperienza nel settore è di lungo corso, ma la società ha avuto un recente riassetto. Come vi siete evoluti?

"Siamo una PMI innovativa nata nel 2018, ma con trent'anni di esperienza alle spalle: ciò ci mette in una posizione di unicità rispetto al mercato. Il gruppo è nato nel 1987, siamo diventati compagnia di assicurazione e negli anni un benchmark per tutte le più grandi compagnie di assicurazione. Nel 2016/2017 abbiamo poi venduto la compagnia di assicurazione, ma il fatto di essere sempre stati degli early adopter nel mercato assicurativo ci ha aiutato anche quando abbiamo deciso di cambiare pelle. Uscendo dal mercato assicurativo, il DNA è rimasto nei servizi, ovvero la capacità di individuare prima degli altri quali sono i bisogni delle persone. Fondando International Care Company, dove abbiamo conferito le due vecchie società (una nella telemedicina e l'altra responsabile della centrale operativa), abbiamo voluto imprimere una nuova mission: oggi infatti ci proponiamo come società di problem solving della sfera personale, sempre in real-time.

In questo percorso di crescita si è poi inserita la pandemia, che ha fatto capire alle persone quanto sia importante avere dei servizi in real time nel momento del bisogno. Fino a due anni fa la telemedicina per tanti era solo una bella idea, ma poi ci si è accorti quanto può essere importante parlare con un medico nella maniera più immediata possibile. A chi va in ospedale anche se non ha bisogno o aspetta una settimana per vedere un medico, noi diciamo: "Se hai bisogno chiamaci, che in 30 secondi ti mettiamo a disposizione una persona che può rispondere, in tutto o in parte, ai tuoi problemi". Poi è ovvio che tanti problemi non si possono risolvere via telefono o conference call, ma bisogna considerare anche l’aspetto psicologico. La gente corre in pronto soccorso in codice bianco e poi rimane là 10 ore; una telefonata a una società come la nostra è in grado di tranquillizzate la persona e indirizzarla verso la soluzione più adeguata per lei".

Al di là della pandemia, su quali trend si poggia il vostro business?

"Quando abbiamo scelto di dedicarci a questi servizi, lo abbiamo fatto perché poggiano su due macro-trend mondiali: la telemedicina/teleassistenza e la terza/quarta età. Sono settori ad alta crescita a livello globale e dove si prevedono a livello di mercato grandi investimenti nei prossimi anni. Lo stesso PNRR investe oltre 4 miliardi di euro nella telemedicina e nel sostegno sul territorio per le persone fragili e non autosufficienti.

Se per tanti sono temi nuovi, non lo sono per noi: parliamo di telemedicina dal 2002, abbiamo messo postazioni di telemedicina negli ospedali in tutto il mondo affinché il nostro cliente assicurato potesse sempre avere un secondo parare, abbiamo messo postazioni sulle navi da crociera e sulle piattaforme petrolifere nel Mare del Nord. Il concetto è sempre stato che se tu stai poco bene, noi interveniamo subito e siamo in grado di garantire un intervento entro un'ora in Italia e due ore nel mondo.

Inoltre, noi conosciamo, per qualsiasi Paese del mondo, tutto quello che c'è da sapere in ambito sanitario. Questo grazie anche a International Assistance Group, una società che è stata fondata da me del 2003, quando contava 3 soggetti come noi, e oggi è un network di 140 partner che mettono a fattor comune le loro esperienze in ambito locale.

Infine, uno degli asset più preziosi della nostra azienda è la centrale operativa, sempre attiva e con operatori multilingue in grado di intervenire in ogni parte del mondo. Al suo interno c’è un team di medici sempre presenti, una caratteristica molto costosa ma particolare, oltre a un team multidisciplinare di psicologi, infermieri e assistenti sociali per dare supporto alla terza età e al caregiver".



Oltre a una maggiore consapevolezza di alcuni bisogni, quali effetti ha avuto la pandemia sul vostro business?

"La pandemia ha sicuramente ridotto quello che per noi era uno dei core business, ovvero l'assistenza a chi è in viaggio in tutto il mondo. Quando c'è un viaggiatore che si fa male all'estero chiamano noi, che siamo il partner della compagnia, per intervenire. Dall'altro lato, la pandemia ha messo in luce quello che noi già facevamo. Dal 2015 abbiamo una app, che si chiama DOC 24, che permette di fare call con gli specialistici, invio di report, invio a domicilio del medico e controllo dei parametri vitali. Prima del coronavirus la gente non sapeva di aver bisogno di questo servizio, mentre ora si è capito che questi servizi sono fondamenti".

Perché avete deciso di quotarvi in Borsa e perché questo è il momento giusto per farlo?

"Ci quotiamo per sostenere la nostra attività di early adopter, che ci consente di essere non solo i primi ad arrivare ma anche i primi della classe. L'innovazione è infatti per noi fondamentale e lavoriamo molto sulla tecnologia: abbiamo un reparto IT e tutti i software sono di nostra proprietà. Al mondo tech va però accompagnato il fattore umano. Tanta gente ha l'Apple Watch che consente di misurare la pressione, pensando così di tenersi monitorata. Ma se ti misuri la pressione e risulta 190, il problema è rimasto in capo a te stesso. Noi invece siamo l'ultimo miglio: se hai l'Apple Watch e lo connetti a noi, quella misurazione la vediamo anche noi, possiamo notare un allarme ed essere proattivi. Se qualcuno vede i wearable come competitor, per noi sono invece potenziali clienti.

Per mettere a punto tutti questi processi servono investimenti e abbiamo deciso di andare in Borsa per anticipare alcune attività che abbiamo nella nostra pipeline. Time to market è la parola chiave: scontiamo si essere ancora una società piccola, ma quotarci ora ci dà una grande visibilità e credibilità.

Inoltre, uno degli obiettivi è controllare la tecnologia, per selezionare i migliori wearable e migliorare i nostri prodotti. Quindi questo si può tradurre in partecipazioni in alcune società o in partnership in esclusiva, le quali ci consentono di mettere delle barriere all'ingresso importanti. Guardare al mercato in anticipo lo riteniamo il vero elemento discriminante che ci dovrebbe consentire di fare dei salti dimensionali ben differenti da quelli che oggi pensiamo di ipotizzare".

Il vostro piano contempla anche crescita per linee esterne?

"Sicuramente puntiamo a nuove partnership, mentre per le acquisizioni staremo attenti al mercato. Oggi non vediamo competitor che possano potare un valore aggiunto a quello che facciamo, proprio perché siamo partiti molto in anticipo. Però sicuramente verranno fuori delle opportunità e le valuteremo puntando al mercato internazionale. La società internazionale di cui siamo soci conta oggi conta 140 realtà. Abbiamo quindi dei partner a livello mondiale che possono essere interessanti alla tecnologia che stiamo sviluppando e sono utili per portare all'estero i nostri prodotti. È ovvio che non vado a proporre la nostra tecnologia ai partner americani e tedeschi, ma vediamo opportunità interessanti nell'Est Europa e nel bacino del mediterraneo".
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