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Vetro di Murano, distretto da centinaia di milioni: da mestiere artigiano a modello design industriale

la scommessa della designer Olimpia Aveta

Economia
Vetro di Murano, distretto da centinaia di milioni: da mestiere artigiano a modello design industriale
(Teleborsa) - Il Distretto del Vetro artistico di Murano e del vetro veneziano conta 405 unità locali, 3.451 addetti e un fatturato aggregato di 484 milioni di euro, secondo lo studio regionale più recente, con circa un terzo dei ricavi generato dall'export verso Stati Uniti, Giappone e altri mercati. Sull'isola, i dati del Consorzio Promovetro — gestore del marchio "Vetro Artistico Murano" — indicano circa 150 imprese vetrarie, in gran parte di piccola dimensione, per poco meno di 800 addetti nella produzione artistica. È un comparto che resta un pilastro del made in Italy, ma sotto duplice pressione: da un lato la contraffazione, con una stima dell'80% dei manufatti venduti nei negozi veneziani non realizzato a Murano; dall'altro un consolidamento in corso, con i grandi marchi storici — da Venini, oggi nella galassia Damiani dopo l'interesse dei colossi del lusso, a Barovier&Toso — che rafforzano le posizioni mentre gli atelier più piccoli faticano, complice anche il peso dei costi energetici su un'attività a ciclo continuo.


In questo scenario si colloca il percorso di Olimpia Aveta, designer di gioielli formatasi all'Istituto Europeo di Design di Milano e oggi produttrice con il brand Olimpia Aveta Design. Il suo posizionamento parte da un dettaglio tecnico che è anche una scelta di mercato: novantotto grammi, quanto pesa una sua collana in vetro soffiato, contro un peso che nelle stesse dimensioni in vetro pieno la renderebbe inindossabile. La sua scelta professionale ribalta lo schema classico del rapporto tra designer e artigiano. "Io ho preso un'arte antica come quella del vetro di Murano, ma l'ho razionata in termini da designer", sintetizza. Un'operazione che non riguarda solo il prodotto, ma il metodo: applicare a un mestiere artigiano le categorie della progettazione, dalla funzionalità alla replicabilità controllata. Per anni il rapporto tra le due figure è rimasto gerarchico, con l'artigiano impiegato come esecutore della visione progettuale. Aveta ha attraversato quel modello prima di superarlo: "Nasco designer e divento artigiana", rivendica. L'inversione è il cuore del suo posizionamento: invece di progettare e delegare, esegue personalmente l'intero ciclo, dal progetto alla lavorazione al cannello.

Non è stato un percorso lineare. Dopo undici anni nell'alta gioielleria come assistente alla direzione commerciale e designer freelance per diverse aziende, il trasferimento da Milano a Udine e la nascita della figlia hanno segnato una fase di allontanamento dal settore. La scoperta della lavorazione del vetro a Murano — cercata all'inizio come pausa dal lavoro al computer, percepito come alienante rispetto alla sua formazione analogica — si è trasformata in una svolta di metodo.

"È stato un tornare indietro e andare avanti nello stesso tempo", racconta: indietro verso il fare manuale, avanti verso una rilettura contemporanea di una tradizione percepita come datata. Anche le scelte tecniche obbediscono alla logica del progetto. Il passaggio dal vetro pieno al soffiato risponde a un criterio di portabilità, e la replicabilità resta un riferimento, ma in forma artigianale: le linee vengono riprodotte a mano, non industrialmente. Una parte minima della produzione mantiene la stampa 3D, con anelli in nylon sinterizzato a laser progettati per accogliere una componente in vetro — la stessa tecnologia che anche i grandi marchi del distretto hanno adottato in sostituzione degli stampi tradizionali.

Prossimità è la parola che guida la filiera, coerente con le tendenze del settore. La valorizzazione di risorse e maestranze locali — la cosiddetta logica del prodotto-territorio — viene letta come risposta competitiva alla globalizzazione, non come eredità nostalgica. Aveta utilizza esclusivamente vetro di Murano, pur sapendo che alternative estere offrirebbero più colori, e affida la stampa 3D a un service vicino a Venezia. Alcune componenti, come le perle in seta lavorate da un gruppo di donne vietnamite tramite un importatore italiano, rientrano in una scelta di sostenibilità sociale. Anche il nome del brand, che include la parola "design", traduce il posizionamento: "Ci ho tenuto a mettere il design, perché secondo me è esattamente quello che contraddistingue", precisa, rimarcando la commistione tra progettazione e artigianato.

Sul piano strategico, la costruzione di una nicchia premium fondata su autenticità e manifattura appare coerente con l'evoluzione di un comparto in cui la riconoscibilità geografica e le maestranze locali diventano fattori di differenziazione contro la pressione della produzione globale e della contraffazione. Per misurare l'impatto del singolo segmento del gioiello in vetro artistico in termini di export e occupazione servirebbero rilevazioni dedicate, oggi non disponibili; ma i tre assi su cui punta il progetto — personalizzazione, identità territoriale e sostenibilità — sono gli stessi che le analisi indicano come leve di tenuta per l'intero distretto.
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