Istat, il 60% di importazioni strategiche da Paesi a rischio medio-alto
Nonostante dazi Export verso Stati Uniti evidenzia buona tenuta
(Teleborsa) - Nel 2025, l’imposizione di nuovi dazi sulle esportazioni di merci ha avuto sull’export italiano effetti negativi ma di modesta entità, in quanto ad un raddoppio delle aliquote medie effettive è corrisposta una mancata crescita delle esportazioni pari al 3,2%. Gli effetti negativi più elevati si registrano per i Prodotti minerali e i Metalli preziosi/gioielli. E' quanto emerge da una analisi dell'Istat sul commercio dell'Italia al tempo dei dazi.
Nonostante l’imposizione dei dazi USA, infatti, nel 2025 l’interscambio commerciale dell’Italia con il resto del mondo ha registrato un surplus pari a 50,7 miliardi di euro. Le esportazioni di beni in valore sono cresciute del 3,3% le importazioni del 3,1%. I flussi hanno evidenziato dinamiche differenziate per aree di destinazione e di origine: esportazioni più vivaci per i Paesi Ue (+4,2%) ed importazioni più ampie dall’area extra-Ue (+3,4%).
Nel 2025, l’Italia è l'unica economia europea ad aver registrato un incremento dell'export verso gli Stati Uniti (+7,2%), ma rispetto ai principali partner europei appare più esposta nei confronti dei mercati extra-Ue (48,2% per la quota di export e 43,4% sul totale del valore delle importazioni).
Rispetto ai principali partner Ue, l’esposizione italiana verso gli Stati Uniti è più ampia sia per l'export che conta per il 10,8% dell’export italiano che per le importazioni, che impattano per il 6% del totale. Per quanto attiene all’interscambio con la Cina, la rilevanza di questo mercato per gli acquisti dell’Italia dall’estero è divenuta più ampia (pesa per il 10,3% dell’import totale) .
Con riferimento ai saldi commerciali, la posizione netta dei Paesi Ue nei confronti degli Stati Uniti appare molto eterogenea: nel 2024 sia l’Italia sia la Germania mostrano un surplus commerciale molto elevato per i beni (rispettivamente 42,1 e 75,9 miliardi) e meno rilevante per i servizi (circa 2 miliardi per entrambi); la Francia, all’opposto, registrava un surplus nei servizi molto più elevato di quello dei beni (rispettivamente 17,2 e 1,8 miliardi).
Più in generale, per l’Italia l’Ue rappresentava un fornitore netto di beni e servizi (i saldi erano negativi rispettivamente per 13,8 e 8,1 miliardi di euro), l’extra-Ue un acquirente netto (saldi positivi per 68,8 e 3,2 miliardi). Nel 2025 i dati provvisori sembrano confermare queste tendenze.
La vocazione "export-led" del nostro Paese e la sua forte proiezione verso i mercati extra-Ue hanno determinato effetti positivi sulla sua crescita economica nella fase di persistente espansione del processo di globalizzazione. Tuttavia, la crescente instabilità dei mercati extra-Ue solleva interrogativi sulla necessità di un riposizionamento competitivo delle imprese italiane nel mercato comune europeo e sull’esigenza di sfruttare maggiormente i benefici del mercato unico. Un’alternativa - sottolinea l'Istat - è rappresentata dalla ricerca di maggiore stabilità nelle relazioni con i Paesi extra-Ue, attraverso la stipula di accordi con aree ad elevato potenziale di crescita come il MERCOSUR (Mercato Comune del Sud) e l'India.
Per quanto riguarda i prodotti le cui importazioni sono considerate strategiche, nel triennio 2023-2025 la Cina si è segnalata come primo fornitore per i principali Paesi Ue (9,3%o del valore totale) e soprattutto per l’Italia (11,3%). La dipendenza strategica dalle forniture estere ha anche una componente di rischio paese: circa il 60% delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da Paesi a rischio politico "medio" o "alto". Nel 2023, le imprese che importano prodotti a valenza strategica “foreign-dependent” (cioè scarsi e poco sostituibili per il sistema produttivo italiano) erano appena 583 ma impiegavano circa 175mila addetti e generavano circa 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato; oltre un terzo operava nel Commercio, il 13 per cento nei Macchinari.
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