I tassi della Banca Centrale Europea sono uno dei principali strumenti con cui la BCE prova a tenere sotto controllo l’inflazione e, al contempo, a evitare che l’economia dell’area euro rallenti o si surriscaldi troppo. Quando cambiano, i loro effetti si propagano ben oltre gli sportelli bancari, influenzando i tassi di interesse sui mutui e sui rendimenti.
A metà marzo 2026, ad esempio, i tre tassi chiave della BCE sono fermi ai livelli fissati l’11 giugno 2025:
- 2% per il tasso sui depositi;
- 2,15% per le operazioni di rifinanziamento principali;
- 2,40% per il rifinanziamento marginale.
Si tratta di un livello molto più basso rispetto ai massimi toccati nel 2023, ma molto più alto rispetto agli anni lunghi del denaro quasi gratuito che avevano caratterizzato una buona parte del decennio precedente. Questo la dice lunga sull’andamento dei tassi nel tempo, che sembrano muoversi per cicli, per l’appunto, cicli che riflettono i problemi del momento.
Tassi BCE: quali sono i tre da conoscere
Abbiamo accennato al fatto che la BCE fissa tre tassi ufficiali, ma non abbiamo ancora chiarito bene quali.
| TIPO DI TASSO | DESCRIZIONE |
| Tasso sui depositi | Interesse che le banche ricevono dalla BCE quando parcheggiano la loro liquidità presso la banca centrale per un periodo molto breve, normalmente overnight (una notte) |
| Tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali | Interesse che le banche pagano alla BCE quando prendono in prestito liquidità dalla banca centrale tramite le operazioni di finanziamento settimanali, utilizzando titoli come garanzia |
| Tasso sul rifinanziamento marginale | Interesse che le banche pagano alla BCE quando prendono in prestito liquidità in modo immediato e per periodi molto brevi, di solito overnight, per coprire esigenze temporanee di liquidità, ed è normalmente più alto rispetto agli altri tassi ufficiali |
Dal marzo 2024 la BCE utilizza principalmente il tasso sui depositi per orientare la politica monetaria. Dal 18 settembre 2024 ha inoltre ridotto a 15 punti base la distanza tra questo tasso e quello sulle operazioni di rifinanziamento principali, rendendo il primo il vero punto di riferimento per i tassi nell’area euro.
In breve, il tasso sui depositi è diventato il punto di riferimento più importante per capire se la politica monetaria europea è restrittiva, neutrale o espansiva. Se sale, in genere il denaro diventa più costoso, il credito tende a frenare e la BCE sta cercando di raffreddare l’economia. Se scende, la banca centrale sta provando a rendere più facile finanziarsi e a sostenere domanda, investimenti e attività economica.
Tassi BCE: un po’ di dati storici
Se si guarda alla storia dei tassi della BCE dalla nascita dell’euro, il primo vero picco arriva all’inizio degli anni Duemila. Nell’autunno del 2000 il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali salì al 4,75%, mentre il tasso sui depositi raggiunse il 3,75%. Era la fase finale della lunga espansione economica degli anni Novanta: la crescita era ancora sostenuta e la BCE temeva che l’inflazione potesse aumentare, quindi mantenne una politica monetaria relativamente restrittiva.
Poco dopo lo scenario cambiò. L’economia globale rallentò, la bolla delle società tecnologiche scoppiò e nel 2001 gli attentati dell’11 settembre colpirono anche la fiducia e l’attività economica. In questo contesto la BCE iniziò a ridurre i tassi di interesse.
Nella seconda metà degli anni Duemila arrivò però una nuova fase di rialzo. Nel giugno 2007 il tasso principale era al 4%, e nel luglio 2008 salì al 4,25%. Fu l’ultimo aumento prima della crisi finanziaria globale. Infatti, dopo il fallimento di Lehman Brothers, la BCE tagliò rapidamente il costo del denaro per sostenere il sistema economico e nel maggio 2009 il tasso principale era già sceso all’1%.
La fase successiva è quella che più ha segnato gli anni recenti: i tassi a zero o addirittura negativi. Nel marzo 2016 il tasso di rifinanziamento principale fu portato allo 0% e rimase su quel livello per molto tempo. Nello stesso periodo il tasso sui depositi era già negativo, a -0,40%, e nel settembre 2019 scese fino a -0,50%.
Questa lunga stagione di tassi molto bassi nacque da una combinazione di fattori, tra cui una crescita economica debole, un’inflazione troppo bassa e la necessità per la BCE di sostenere l’economia dell’area euro e riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2%.
Il picco recente: il ciclo 2022-2023
Il grande cambio di passo è arrivato tra il 2022 e il 2023. Dopo anni di tassi fermi o negativi, la BCE ha alzato rapidamente il costo del denaro per reagire alla fiammata inflazionistica seguita alla ripresa post-pandemia, alle strozzature dell’offerta e soprattutto allo shock energetico dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il tasso sui depositi è passato da -0,50% nel settembre 2019 a 0% nel luglio 2022, poi al 4% nel settembre 2023. Nello stesso momento, il tasso di rifinanziamento principale è salito al 4,5% e quello marginale a 4,75%. Quelli restano, a oggi, i picchi più alti dell’ultima stagione monetaria europea.
Tassi BCE oggi: dal picco ai tagli, poi la pausa
Dopo il massimo del settembre 2023, la BCE ha lasciato i tassi invariati per mesi, poi ha avviato una fase di allentamento graduale.
- 12 giugno 2024: 3,75% (tasso sui depositi);
- 18 settembre 2024: 3,50%;
- 23 ottobre: 3,25%;
- 18 dicembre: 3%;
- 5 febbraio 2025: 2,75%;
- 12 marzo: 2,50%;
- 23 aprile: 2,25%;
- 11 giugno: 2%.
L’11 settembre 2025 il Consiglio direttivo ha deciso di lasciare i tre tassi invariati, spiegando che l’inflazione era attorno al target del 2% e che le nuove proiezioni vedevano una dinamica complessivamente coerente con la stabilizzazione dei prezzi nel medio termine.
In questo senso il trend del 2024-2025 racconta un rientro dalla fase più aggressiva del ciclo restrittivo. Non un ritorno ai tassi zero, ma una normalizzazione progressiva. A sostenere questo percorso c’era anche il raffreddamento dell’inflazione: secondo Eurostat, l’inflazione annua dell’area euro era all’1,9% nel febbraio 2026, dopo l’1,7% di gennaio. La componente servizi restava però più alta, al 3,4%, segno che le pressioni interne non erano scomparse del tutto.
Che cosa muove i tassi BCE
Il fattore numero uno è l’inflazione, o più precisamente la previsione che la BCE si fa dell’inflazione futura. La Banca Centrale non reagisce solo al dato del mese precedente, ma prova a capire se il ritorno verso il 2% sia solido oppure fragile. Nel comunicato del 30 gennaio 2025, ad esempio, la BCE spiegava di basare le proprie decisioni su tre elementi:
- Prospettive d’inflazione: ovvero, le previsioni sull’andamento dei prezzi nei prossimi anni, elaborate usando dati economici, modelli statistici e informazioni provenienti dall’economia reale.
- Dinamica dell’inflazione di fondo: indica la tendenza dell’inflazione al netto delle componenti più volatili, come energia e alimentari, per capire se le pressioni sui prezzi sono davvero diffuse nell’economia.
- Forza della trasmissione monetaria: misura quanto rapidamente e quanto intensamente i cambiamenti dei tassi di interesse influenzano l’economia, considerando credito, investimenti, consumi e condizioni finanziarie.
Nella pratica, la BCE cerca di capire se i salari stanno ancora spingendo i prezzi verso l’alto, se il costo dei servizi rimane elevato e se le imprese continuano a trasferire gli aumenti dei costi sui consumatori. Allo stesso tempo osserva se i tassi più alti stanno già rendendo il credito più costoso e difficile da ottenere, rallentando così la domanda nell’economia.
Il secondo fattore è la crescita economica. Una Banca Centrale non ha come mandato principale la crescita, ma sa che una stretta troppo forte può deprimere investimenti, occupazione e consumi oltre il necessario. È il motivo per cui il ciclo dei rialzi del 2022-2023 e quello dei tagli del 2024-2025 non possono essere letti solo come una risposta automatica all’inflazione: in mezzo c’è sempre un bilanciamento tra prezzi e attività economica. Le stesse proiezioni della BCE di settembre 2025 indicavano una crescita dell’1,2% nel 2025, dell’1,0% nel 2026 e dell’1,3% nel 2027, quadro compatibile con una politica meno restrittiva rispetto al picco precedente.
Il terzo fattore è l’energia, che torna regolarmente nelle fasi più delicate. Diverse analisi economiche della BCE mostrano che forti aumenti dei prezzi di petrolio e gas tendono a spingere l’inflazione verso l’alto e, allo stesso tempo, a ridurre il ritmo della crescita economica. Questo aiuta a capire quanto la politica monetaria europea resti esposta agli shock energetici e geopolitici, anche quando il trend inflazionistico sembra ormai in fase di rientro. A marzo 2026, proprio il rialzo dell’energia legato alla guerra in Medio Oriente è tornato a complicare le attese sui prossimi passi della BCE.
Tabella di riepilogo
| FATTORE | COSA OSSERVA LA BCE | PERCHÉ CONTA PER I TASSI |
| Inflazione e aspettative sui prezzi | Previsioni sull’inflazione, andamento dell’inflazione di fondo e trasmissione della politica monetaria all’economia | Determina se i tassi devono salire, restare alti o scendere per riportare l’inflazione verso il target del 2% |
| Crescita economica | Andamento del PIL, investimenti, consumi, occupazione e condizioni finanziarie | Evita che una stretta monetaria eccessiva rallenti troppo l’economia |
| Prezzi dell’energia | Andamento di petrolio, gas ed energia e possibili shock geopolitici | Gli aumenti energetici possono spingere l’inflazione e rallentare la crescita, influenzando le decisioni sui tassi |
Come i tassi BCE influenzano economia, credito e risparmio
Le decisioni della BCE sui tassi di interesse, nel tempo, si trasmettono all’economia reale attraverso diversi canali.
Il primo è il credito. I tassi ufficiali non si trasferiscono automaticamente sui mutui o sui prestiti bancari, ma ne influenzano il contesto generale. Quando il costo del denaro aumenta, anche indicatori come l’Euribor e le condizioni di finanziamento delle banche tendono a salire, rendendo mutui e prestiti più costosi. Quando i tassi scendono, di solito accade l’opposto.
Il secondo canale riguarda il risparmio. Con tassi più alti, strumenti considerati più sicuri (come depositi bancari o titoli di Stato a breve termine) diventano più remunerativi rispetto a quanto accadeva negli anni dei tassi vicini allo zero.
Il terzo è il cambio. Le differenze tra i tassi dell’area euro e quelli di altre grandi economie possono influenzare il valore dell’euro sui mercati valutari, perché i capitali tendono a spostarsi dove i rendimenti sono più elevati.
Esiste poi un effetto più ampio, meno immediato, ma comunque molto importante. I tassi della BCE contribuiscono a determinare quanto vale il tempo nell’economia, ovvero quanto conviene spendere oggi, prendere a prestito, investire o invece rimandare e mantenere liquidità.
Quando la BCE alza i tassi, l’obiettivo è generalmente raffreddare l’economia e contenere l’inflazione. Quando li abbassa, invece, cerca di favorire credito, consumi e investimenti. In questo senso l’andamento dei tassi riflette il modo in cui la Banca Centrale prova a mantenere un equilibrio tra inflazione, crescita economica e fiducia nei mercati.
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