Medio Oriente, S&P: il tempo aggrava l’impatto economico del conflitto
Rischi per credito, energia e supply chain
(Teleborsa) - Il prolungarsi delle tensioni in Medio Oriente sta accentuando le conseguenze sul credito globale. È quanto emerge da uno speciale aggiornamento di S&P Global Ratings, che sottolinea come la durata delle interruzioni nei flussi energetici e commerciali stia diventando il principale fattore di rischio per le condizioni finanziarie internazionali.
Secondo l’agenzia, un eventuale cessate il fuoco avrebbe effetti limitati se non accompagnato da una riapertura stabile e duratura dello Stretto di Hormuz. Anche in caso di distensione, l’impatto sul credito non si esaurirebbe rapidamente, a causa dei ritardi nel ripristino delle catene di approvvigionamento, delle criticità logistiche e delle tensioni già accumulate nei mercati energetici.
S&P segnala che la riduzione dei flussi di petrolio e prodotti raffinati ha già generato una fase di forte stress dell’offerta, con livelli di scorte in calo e colli di bottiglia operativi. Le distorsioni dei prezzi si stanno inoltre estendendo oltre il settore energetico, coinvolgendo anche altri beni come i fertilizzanti, con effetti potenzialmente più ampi su inflazione e credito.
Il deterioramento dell’offerta energetica sta producendo effetti di secondo e terzo ordine sull’economia globale, con ricadute su produzione industriale, trasporti, fiducia dei consumatori e finanze pubbliche. Si tratta di dinamiche non lineari: una perturbazione prolungata, anche in assenza di escalation militare, aumenta il rischio che uno shock temporaneo si trasformi in un freno strutturale alla crescita.
Nel caso di un accordo tra Stati Uniti e Iran che consenta una riapertura dello Stretto di Hormuz, S&P ritiene comunque probabile un effetto ritardato nella normalizzazione dei flussi energetici e del commercio marittimo. Il processo di riequilibrio richiederebbe tempo, anche per il ripristino delle rotte navali, delle assicurazioni e della produzione.
L’impatto creditizio, secondo il report, sarebbe inoltre disomogeneo tra paesi e settori. Le economie emergenti importatrici di energia - tra cui Egitto, Turchia e parte dell’Asia emergente - risultano le più esposte alla transizione da uno shock dei prezzi a uno shock di offerta. Anche l’Europa resta vulnerabile, soprattutto attraverso l’effetto sui prezzi del gas naturale liquefatto, con possibili ricadute su inflazione e crescita.
Ulteriori pressioni derivano dal rallentamento economico globale, dall’aumento della spesa per la difesa e dai costi legati all’invecchiamento della popolazione, mentre diversi governi stanno intervenendo per attenuare l’impatto dell’inflazione energetica sui bilanci pubblici.
In questo contesto, S&P evidenzia che uno dei principali fattori di sostegno resta l’espansione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, sebbene con effetti eterogenei tra Stati Uniti e Asia e con rischi di medio periodo legati alla produttività e alla resilienza delle catene di approvvigionamento.
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