ETS europeo: 245 miliardi incassati ma conto salato per industria automotive e competitività
Al Phygital Sustainability Expo di Roma il confronto tra tre modelli di decarbonizzazione che stanno ridisegnando la geopolitica del clima. Il nodo vero: dove sono finiti i ricavi delle aste sul carbonio?
(Teleborsa) - Duecentoquarantacinque miliardi di euro. Tanto ha incassato l'Europa dal 2013 a oggi con le aste del sistema ETS, lo scambio di quote di emissione che copre circa il 40% delle emissioni dell'Unione e coinvolge oltre 10.000 impianti industriali. Soldi entrati nei bilanci pubblici, in larga parte mai tornati indietro sotto forma di riconversione produttiva. Nel frattempo le emissioni industriali sono calate del 14-16% tra il 2005 e il 2020. Un successo ambientale, nessuno lo nega. Ma a quale prezzo per la tenuta competitiva del manifatturiero europeo?
La domanda — scomoda, eppure inevitabile — ha attraversato il panel dedicato all'ETS al Phygital Sustainability Expo, gli Stati Generali Europei sulla Cultura della Sostenibilità alla settima edizione, ospitato il 4 e 5 giugno 2026 nei Mercati di Traiano a Roma. Co-
organizzatori: Parlamento Europeo, Commissione Europea, Regione Lazio e Sapienza.
Nella giornata del 5 giugno, Giornata Mondiale dell'Ambiente, il confronto tra modelli di decarbonizzazione ha preso toni che di diplomatico avevano poco. "La Cina costruisce, l'America investe con sussidi e incentivi, l'Europa tassa" — ha sintetizzato Veronica Pitea, Presidente di ACEPER, l';associazione che riunisce produttori e consumatori di energia rinnovabile. Tre visioni incompatibili. Tre velocità diverse. E conseguenze dirette sulle imprese.
Perché il punto è tutto qui: chi paga la transizione ecologica europea? I settori coperti dall'ETS devono tagliare le emissioni del 43% entro il 2030 rispetto al 2005. Obiettivo ambiziosissimo, che richiede investimenti massicci in tecnologie pulite. Uno studio del
Centro Jean Monnet dell'Università Statale di Milano ha però calcolato che tra il 2008 e il 2014 l'industria pesante del continente ha generato oltre 24 miliardi di euro di profitti dall'implementazione dell'EU ETS — di cui circa 15,3 miliardi riconducibili all'aumento dei prezzi scaricato sui consumatori finali. Il meccanismo, pensato per internalizzare i costi ambientali, ha finito per trasferire l'onere a valle. PMI e famiglie a pagare il conto.
"L';Europa rischia di essere la più virtuosa negli obiettivi ambientali e al tempo stesso la più fragile industrialmente" — rilancia Pitea. Il paradosso è strutturale, non congiunturale. L'ETS funziona come strumento di riduzione delle emissioni, i dati lo dimostrano. Genera però asimmetrie micidiali rispetto a concorrenti internazionali che quel costo del carbonio non lo sopportano. Il risultato ha un nome tecnico preciso: carbon leakage. La produzione si delocalizza verso Paesi con regole più morbide. Le emissioni globali non calano di un
grammo. L'industria europea si svuota.
Dal dibattito romano — animato, a tratti aspro — emergono tre direttrici. Nessuna prevede l'abolizione del carbon pricing. La prima riguarda il CBAM, il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere che l'UE sta progressivamente attivando. «Far funzionare il CBAM per evitare il carbon leakage» — precisa Pitea. Il dazio climatico dovrebbe livellare il campo di gioco imponendo un costo equivalente anche alle importazioni, ma la sua efficacia reale dipenderà dalla capacità di applicarlo senza scatenare ritorsioni commerciali o favorire aggiramenti burocratici.
Seconda direttrice, forse la più urgente di tutte: il reinvestimento integrale dei proventi ETS. Quei 245 miliardi sono una risorsa enorme che troppo spesso è confluita nei bilanci generali degli Stati membri — una voragine contabile — anziché finanziare direttamente innovazione energetica ed efficientamento degli impianti. "Destinare integralmente le risorse di quote e sanzioni ETS a incentivi per innovazione, efficientamento energetico e rinnovabili" — rivendica Pitea. La proposta trova eco in diversi ambienti istituzionali di Bruxelles, dove si discute già di vincolare una quota crescente dei ricavi a fondi dedicati alla transizione industriale.
Terza direttrice: il metodo. La transizione ecologica non si realizzerà se verrà percepita esclusivamente come un costo. "La sostenibilità non può essere un gioco a somma zero" — taglia corto Pitea, aggiungendo che "una transizione percepita solo come tassa o impoverimento produce rifiuto e polarizzazione". Lo scetticismo crescente verso le politiche climatiche europee non è un fenomeno sociologico astratto. Attraversa fasce intere della popolazione e del mondo imprenditoriale, si alimenta della percezione — fondata o meno — di un sacrificio economico senza ritorno.
L'impatto sulla filiera della mobilità è immediato e concreto. Il settore automotive europeo — già stretto tra la transizione all'elettrico e il phase-out dei motori endotermici — opera in un contesto dove i costi energetici risentono pesantemente del prezzo del carbonio. I concorrenti cinesi, che dominano la catena del valore delle batterie, beneficiano di sussidi statali generosi e di un sistema ETS nazionale ancora embrionale, con prezzi per tonnellata di CO2 incomparabilmente più bassi. Dalle grandi case ai fornitori di componentistica, la competitività dei costruttori europei dipende anche dalla capacità del sistema regolatorio di non aggiungere zavorre a un comparto che sta già investendo centinaia di miliardi nella riconversione.
I prossimi cinque anni saranno decisivi. L'obiettivo del meno 43% di emissioni ETS entro il 2030 richiede un'accelerazione senza precedenti. Se i proventi del sistema verranno effettivamente reindirizzati verso la decarbonizzazione industriale, e se il CBAM riuscirà a
proteggere i produttori europei dalla concorrenza asimmetrica, il carbon pricing potrebbe trasformarsi da freno a catalizzatore. L';alternativa? Un'industria europea più pulita ma più piccola, in un mondo dove la partita della manifattura verde si vince con gli investimenti. Non con le tasse.
```