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Metano, regolamento UE anti-emissioni dal 1 gennaio: rischio boomerang per ambiente e approvvigionamento

Berlinghieri: "Una buona legge che, applicata così, rischia di spostare le emissioni anziché ridurle"

Economia
Metano, regolamento UE anti-emissioni dal 1 gennaio: rischio boomerang per ambiente e approvvigionamento
(Teleborsa) - Il primo gennaio 2027 entra in vigore la parte del regolamento europeo sulle emissioni di metano che riguarda le importazioni. Da quella data chi introduce gas, petrolio o carbone nel mercato dell’Unione dovrà dimostrare che il produttore estero da cui acquista misura e rendiconta le proprie emissioni secondo criteri equivalenti a quelli richiesti agli operatori europei. Obblighi e sanzioni — che possono arrivare fino al 20 per cento del fatturato dell’esercizio precedente — ricadono sull’importatore.

L’obiettivo non è in discussione. Il metano ha un effetto climalterante molto più intenso dell’anidride carbonica nel breve periodo e le sue emissioni derivano in larga parte da fughe riparabili con tecnologie mature; poiché si producono in massima parte fuori dall’Europa, l’Unione ha esteso l’obbligo oltre i propri confini.

"Il regolamento è una buona legge", osserva Marina Berlinghieri, già vicepresidente della commissione Politiche dell’Unione europea della Camera dei deputati e membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. "Il problema non è l’obiettivo, è la sequenza. A pochi mesi dalla scadenza stiamo chiedendo una prova a chi non ha ancora il modo di produrla. E sono quasi tutti produttori e importatori con i quali abbiamo sostituito gli approvviggionamenti dalla Russia".

Il quadro attuativo, in effetti, non ha tenuto il passo. Mancano ancora le misure tecniche che dovrebbero rendere possibile dimostrare la conformità — formati comuni di comunicazione, standard di rilevamento, portale europeo della trasparenza — e nessuna autorità europea ha stabilito quali sistemi di monitoraggio dei fornitori esteri siano accettabili.

A questo si aggiunge, secondo Berlinghieri, un problema di disegno: "Chi genera le emissioni è il produttore estero, chi risponde è l’importatore, che compra il gas ma non gestisce i giacimenti e non può imporre un sistema di misurazione a un’impresa sottoposta alla giurisdizione di un altro Stato".

Per l’Italia la posta è senza pari nell’Unione. Il Paese importa circa il 95% del gas che consuma: nel primo semestre, secondo i dati del ministero dell’Ambiente, su 32,9 miliardi di metri cubi di domanda il 34,7% è arrivato dall’Algeria, il 14,8% dall’Azerbaigian attraverso il gasdotto transadriatico, il 31,7% come gas liquefatto. Sono in larga parte i fornitori, tutti esterni all’Unione, con cui è stato sostituito il gas russo.

"Il gas liquefatto è una merce fungibile: un carico che un importatore europeo non può acquistare per ragioni di conformità viene venduto ad altri, su un mercato mondiale in cui l’Europa non detta le condizioni – prosegue Berlinghieri -. Le emissioni a monte restano identiche, cambia solo la destinazione e con essa la possibilità di misurarle. Non è una riduzione, è una ricollocazione".

Sul piano europeo la partita è aperta da mesi. Il 26 giugno l’Italia ha chiesto al Consiglio Energia, con altri undici Stati membri, adeguamenti mirati e un differimento degli obblighi sulle importazioni; il 20 luglio la Commissione ha risposto con due raccomandazioni — clausole contrattuali facoltative e un invito a sospendere le sanzioni fino al 2029 — prive di efficacia vincolante.

"Sono atti che non danno certezza: gli obblighi restano in vigore, ogni Stato decide per sé, e nessuna impresa firma un contratto di fornitura pluriennale sulla base di una raccomandazione rivolta ai governi", commenta Berlinghieri. "Serve un differimento circoscritto alle sole importazioni, ottenuto modificando il regolamento e non sospendendo le sanzioni, accompagnato da un calendario vincolante per le regole tecniche che mancano. Non è una ritirata: le regole che non si possono applicare non proteggono l’ambiente, lo espongono".



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