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Il debito pubblico italiano: la storia, la genesi, le cause, i problemi. Una via di soluzione?


La seconda guerra mondiale lasciò il paese in una drammatica situazione di sconvolgimento sociale, politico – il passaggio dalla monarchia alla repubblica – e strutturale per gli immensi danni alle strutture edilizie e produttive del paese. Il piano Marshall, ma soprattutto la potente voglia di riscatto del paese, portò il debito dal 100% del PIL al 35% nel 1961; erano passati solo 17 anni dalla fine della guerra ed il paese si preparava ad una nuova rinascita economica e monetaria. Il dollaro era scambiato a 625 lire, il petrolio costava 4 dollari al barile e l'inflazione era sotto il 4%, la classe media si arricchiva e metteva, come si diceva in campagna, il fieno nel fienile per creare la più grande ricchezza privata al mondo così come è ancora oggi, ma si preparava la rivoluzione finanziaria nel 1971 che avrebbe creato la prima destabilizzazione monetaria del dopoguerra.

Nel 1971 Nixon dichiara la fine del "gold exchange standard" e la convertibilità del dollaro in oro; la rivoluzione finanziaria di cui continuiamo a sentire e subire gli effetti ancora oggi fa saltare gli equilibri monetari ed economici del paese per una crisi indotta dagli Usa. Per mantenere la stabilità del dollaro gli Usa inventano il petrodollaro ed il regime Swift, entrambi nel 1973, e sul paese si abbatte una tempesta monetaria ed inflattiva che porta il dollaro a valere 2.350 lire, il petrolio a 40 dollari al barile e l'inflazione al 24%, il Tesoro si svenerà per coprire il debito indotto emettendo BOT al 20% per potere favorire la sua collocazione.

Gli italiani pensano di essere diventati ricchi mentre si stanno progressivamente indebitando mettendosi nelle mani di una finanza che diventerà sempre più predatoria. Il debito sul PIL passa dal 35% del 1971 al 115% del 1991, possiamo dire che un quota del debito pubblico è stata determinata dalla politica monetaria che ci è stata imposta, forse potremmo quantificare in un 25% la parte di debito generata a nostro sfavore e, se avessimo la forza politica di dibattere il tema, potremmo già dire che una quota di quel debito non dovrebbe essere considerato ai fini di una corretta determinazione del rapporto debito/PIL ma al netto del debito finanziario indotto.

Non abbiamo ancora ripreso i sensi dal dramma del petrodollaro, che nel 1991 si abbatte una seconda ondata speculativa sul paese per effetto dell'attacco di Soros alla lira che svena Bankitalia ed abbiamo il secondo shock monetario che porta il governo Amato al prelievo notturno sui conti correnti degli italiani per fare fronte al gioco di Soros. Al fine di ridurre l'indebitamento, per rincorrere i parametri di Maastricht, si svendono sul Britannia le aziende di stato per fare cassa e così comincia la corsa al debito pubblico. Nel frattempo la politica sempre più indebolita ricorre alla spesa sociale per ridurre il malcontento e si creano le pensioni baby per la gioia di tanti che percepiscono la pensione con pochissimo lavoro ma saranno le generazioni future su cui graveranno le spese per il rimborso ed il rischio di tassi di interesse crescente.
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