Biometano, Italia a metà strada verso i target 2030: servono 16,5 miliardi di investimenti
Obiettivo proteggere l'industria dal caro-gas. Se sviluppato lungo la traiettoria del PNIEC, il biometano può coprire il 20-25% dei consumi di gas delle industrie hard-to-abate
(Teleborsa) - Il biometano non è soltanto una tecnologia per la transizione energetica ma una leva industriale e strategica per la competitività del Paese e la sua sicurezza energetica. È il messaggio emerso nel corso dell'incontro "Il biometano in Italia. Prospettive industriali e traiettorie di sviluppo post-PNRR", svoltosi lo scorso 14 aprile a Palazzo Falletti, a Roma, e promosso dalla Community Biometano di TEHA Group con l'obiettivo di riunire operatori della filiera, imprese energivore e rappresentanti istituzionali per un confronto sulle condizioni necessarie ad accelerare lo sviluppo del settore nel quadro post-PNRR.
Al centro del confronto, proseguito con una tavola rotonda con i partecipanti alla giornata, la distanza ancora significativa tra gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima e la traiettoria oggi raggiungibile. Il target al 2030 è pari a 5,7 miliardi di Smc di produzione annua di biometano, ma con il perimetro attuale degli interventi l'Italia si fermerebbe a circa 2,6 miliardi, lasciando un gap superiore a 3 miliardi di Smc da colmare nei prossimi anni. Secondo l'analisi presentata da TEHA Group, per chiudere questo divario sarà necessaria una nuova fase di sviluppo, fondata sia sulla riconversione degli impianti esistenti sia sulla realizzazione di nuovi impianti, con 16,5 miliardi di nuovi investimenti che porterebbero gli investimenti cumulati del settore a 24,4 miliardi di euro al 2030.
In questo quadro, il biometano – rileva l'analisi – si posiziona come risposta concreta non solo sul piano climatico ma anche su quello industriale. Se il target PNIEC venisse raggiunto, la produzione nazionale potrebbe coprire tra il 20% e il 25% dei consumi di gas delle industrie hard-to-abate, contribuendo a ridurre la dipendenza dall'estero e a contenere l'esposizione delle imprese alla volatilità dei mercati energetici. Secondo le stime, se tra agosto 2021 e febbraio 2023, nella fase più acuta della crisi energetica legata al conflitto russo-ucraino, fossero già stati disponibili i 5,7 miliardi di smc/anno previsti dal PNIEC a un prezzo stabilizzato di 50 euro/MWh, le imprese italiane avrebbero risparmiato circa 5,5 miliardi di euro, rendendo superflua l'adozione di ulteriori misure emergenziali di tutela. È in questa capacità di combinare decarbonizzazione, stabilità dei costi e sicurezza degli approvvigionamenti che il biometano può presentarsi come game changer per il sistema produttivo italiano, in particolare anche per comparti ad alta intensità energetica come cemento e ceramica, citati ad esempio come parte più esposta della manifattura nazionale.
L'analisi presentata ha inoltre evidenziato come il contesto europeo renda ancora più urgente l'accelerazione: l'aumento del costo della CO2 e la progressiva riduzione delle quote gratuite ETS stanno infatti ampliando il divario competitivo per l'industria europea, rafforzando l'esigenza di soluzioni immediatamente attivabili. In questa prospettiva, il biometano può esercitare una spinta nel breve periodo anche per i comparti più difficili da decarbonizzare. Secondo le elaborazioni presentate, con un prezzo ETS di circa 75 euro per tonnellata di CO2, il raggiungimento di 5,7 miliardi di Smc di biometano potrebbe valere un risparmio potenziale di circa 840 milioni di euro per le imprese hard-to-abate.
"Il biometano è la risposta italiana alla sicurezza energetica: può diventare lo scudo che protegge le nostre industrie Hard-to-Abate dagli shock dei prezzi internazionali – ha dichiarato Alessandro Viviani, associate partner di TEHA Group –. Oggi però siamo di fronte a un bivio: per raggiungere i target fissati al 2030 dobbiamo raddoppiare l'intensità degli investimenti. È il momento di adottare un approccio di sistema. L'Italia ha una grande opportunità davanti a sé, ma è necessario creare le condizioni di mutuo vantaggio: non solo riportare la barra dritta su un ecosistema in grado di attrarre investimenti, ma fare in modo che questi investimenti si realizzino in modo efficiente, portino competitività al settore agroindustriale e sostengano al tempo stesso sicurezza e sostenibilità energetica per i settori hard-to-abate".
Durante la tavola rotonda è emerso con chiarezza come il settore agricolo, pur restando un anello essenziale della filiera, non possa sostenere da solo il fabbisogno di capitale e di competenze necessario per chiudere il gap al 2030. Per questo, secondo TEHA Group, il prossimo quadro regolatorio dovrà essere in grado di attirare investimenti privati e capitali internazionali, rafforzando la bancabilità dei progetti e riducendo le incertezze che oggi ne rallentano lo sviluppo. Le direttrici indicate sono tre: continuità regolatoria e visibilità di lungo termine; adeguamento delle tariffe in funzione delle diverse tipologie e dimensioni di impianto; miglioramento del profilo rischio-rendimento attraverso misure di derisking, cumulabilità e sinergie industriali, con l'obiettivo di limitare anche il peso sulle bollette.
Tra i nodi più rilevanti figura proprio la stabilità del quadro normativo: la presentazione TEHA evidenzia che il nuovo decreto dovrà preservare l'impianto del DM 2022, assicurare maggiore visibilità di lungo termine e ridurre la discontinuità che negli ultimi anni ha inciso sui costi di sviluppo, contribuendo anche a determinare in Italia costi EPC superiori del 20-30% rispetto alla Spagna. Tra le condizioni abilitanti figurano anche un meccanismo di aste più frequenti e prevedibili, tempi certi di avvio dei lavori e l'allineamento del regime fiscale del biometano a quello delle RES elettriche, con IVA al 10%. In parallelo, il raggiungimento degli obiettivi richiede non solo la riconversione degli impianti esistenti ma anche una nuova stagione di investimenti greenfield, con particolare attenzione alle opportunità localizzate nel Mezzogiorno e alle possibili sinergie con altre priorità pubbliche, dalla digitalizzazione all'automazione.
Un ulteriore tema affrontato durante la giornata di lavori riguarda il possibile impiego di una quota dei proventi ETS per sostenere la crescita della filiera. Secondo TEHA Group, si tratterebbe di una scelta coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione industriale e con la necessità di attivare rapidamente nuovi investimenti: nel 2024 l'Italia ha generato circa 2,56 miliardi di euro di proventi ETS ma le risorse reimpiegate direttamente per la decarbonizzazione delle industrie hard-to-abate, o per misure di compensazione indiretta, sono state inferiori a 500 milioni di euro. Un contesto, questo, in cui una riallocazione mirata potrebbe avere un impatto diretto anche sul livello degli incentivi: 1 miliardo di euro di proventi ETS potrebbe infatti ridurre di circa 30 euro/MWh la tariffa del nuovo DM.
Infine, l'ultimo tema chiave emerso dai lavori è la necessità di costruire un vero patto di sistema per fare del biometano un meccanismo di difesa strutturale contro le fluttuazioni e le speculazioni internazionali sul prezzo del gas. Questo significa lavorare di concerto su due fronti: da un lato il consolidamento del sistema dei Contratti per Differenza, dall'altro lo sviluppo di standard BPA (Biogas Purchase Agreement) in grado di creare le condizioni per superare le attuali dipendenze dai mercati spot.
Il confronto promosso da TEHA Group ha confermato la necessità di rafforzare la collaborazione tra produttori di biometano e industria energivora, superando una lettura del settore limitata alla sola dimensione ambientale. Il biometano, infatti, – conclude l'analisi – si distingue come infrastruttura industriale capace di connettere politica energetica, competitività manifatturiera e sicurezza nazionale.
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