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Domenica 31 Maggio 2020, ore 03.58
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Tra Banche e Politica, il grande gelo

La crisi ha sconvolto gli equilibri di potere, finanziari e politici

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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C'è ancora di peggio, perché siamo di fronte al collasso del credito bancario, che ha retto l'Italia dal 1930. Nessuno osa dichiarare che siamo di fronte ad un colossale crollo degli impieghi, che ha già portato al tracollo un quarto della produzione industriale ed interi comparti, come quello edilizio ed immobiliare. Quando ci sono oltre 200 miliardi di sofferenze lorde ed almeno altri 100 miliardi di crediti incagliati, e li si riportano in bilancio come se fossero crediti ancora attivi per l'economia, si compie una pericolosa operazione di rimozione: sono perdite, già svalutate per circa la metà del valore iniziale, che andrebbero cedute a terzi o gestite al meglio. Si tratta di debitori da escutere, di proprietà immobiliari da mettere all'asta su un mercato ormai ingolfato.

E' una paranoia di cui nessuno si vuole occupare.

Nessuno vuole fare i conti con la realtà: il sistema bancario italiano sta crollando sotto il peso della crisi economica.

Le parrocchie familiste, le relazioni amicali, le conventicole del credito, in Italia come in tutto il mondo, si reggono su un tessuto di piccole e medie imprese che vanno a compensare gli sprechi ed i favoritismi: se l'economia non regge, casca tutto.

E questa è stata la presunzione del sistema di potere italiano: quello di potersi salvare mentre il resto dell'Italia andava a picco, nascondendo le perdite, rinviando al domani la resa dei conti.

A dire la verità, Giulio Tremonti, da Ministro dell'economia del Governo Berlusconi, ci aveva provato a fornire una scialuppa di salvataggio al sistema bancario. Non ci fu verso, nessuno accettò l'aiuto pubblico, ad eccezione del Monte dei Paschi che si trovava in pessime acque.

I banchieri italiani non volevano rinunciare alle loro riserve di caccia: lo Stato doveva stare lontano. Il decreto di Tremonti enunciava, addirittura ad inizio 2009, le condizioni poste alle banche italiane per usufruire delle emissioni di titoli pubblici a sostegno del proprio capitale, delineava un approccio dello Stato molto diverso rispetto a quello, semplicistico, della nazionalizzazione. Con questa ci si limita a cambiare il titolare del capitale, mettendo un soggetto pubblico al posto di quello privato, o ad aggiungerne uno nuovo nel caso di nazionalizzazione parziale, quello pubblico, con poteri più o meno ampi. Al di là della congiuntura, in cui la nazionalizzazione costituisce una garanzia sovrana rispetto al possibile fallimento ed alla tutela dei depositi e forse un metodo diretto per far emergere gli asset cosiddetti tossici, la esperienza storica dimostra che una funzione economica esercitata da titolari di nomina politica non è, di per sé, più efficace rispetto ad una gestione privata.

Il decreto di Tremonti andava al di là dello schema fondato sulla sostituzione dell'azionista: individuava criteri, condizioni, modalità di comportamento per la gestione. Ma queste regole valevano solo per le banche che si sarebbero avvalse di questo ausilio pubblico. Era un esempio di economia sociale di mercato, perché stabiliva un discrimine che distingue nettamente la libertà del mercato rispetto a quella di coloro che si avvalgono del sostegno economico dello Stato. I primi sono liberi di realizzare come credono i propri obiettivi: devono solo rispettare le regole generali che disciplinano l'attività bancaria. I secondi, invece, se richiedono un sostegno pubblico, non possono più rivendicare la stessa libertà di azione, ma devono esercitarla in modo socialmente appropriato: devono rispettare anche regole specifiche.

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