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Mercoledì 18 Ottobre 2017, ore 03.54
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Francia, macronite acuta

Con il 32% dei voti, il partito di Macron avrà l’80% dei deputati

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Quando l'offerta politica tradizionale è inadeguata, l'elettorato si rivolge a chiunque sia capace, anche solo all'apparenza, di risolvere i problemi. E' accaduto sempre, ed anche negli anni passati in Italia come In Grecia, o in Spagna. Ora tocca alla Francia, con la macronite.

La democrazia francese sta vivendo un momento drammatico, dopo un quinquennato quanto mai deludente sotto la guida di Francois Hollande, che non ha dato seguito a nessuna delle sue grandi promesse elettorali, che prevedevano un radicale cambiamento del mandato della Banca centrale europea, mettendo al primo punto la riduzione della disoccupazione, la istituzione degli Eurobond e la riforma del Fiscal Compact.

Anche la precedente Presidenza di Nicolas Sarkozy non aveva portato a migliori risultati. Dall'inizio della crisi del 2008, la Francia ha aumentato il debito pubblico dal 68% al 97%, mentre la pressione fiscale è salita dal 49,8% al 53,3%.

I Francesi sono stanchi, stufi e delusi.

Chiunque abbia un minimo di cervello si fermerebbe un attimo prima di cantare vittoria per il risultato delle elezioni legislative ed esaltare il successo del partito appena formato dal neo-Presidente Emmanuel Macron, La Republique En Marche.

Da una parte, infatti, c'è la delegittimazione dei partiti tradizionali, dimostrata da un numero enorme di astenuti (il 51% del corpo elettorale), e dall'altra c'è un eccezionale contrasto tra la rappresentanza parlamentare che deriva dal sistema elettorale maggioritario ed il numero dei voti effettivamente raccolti alle elezioni dal movimento fondato dal Presidente Macron, La Republique en Marche. Su base nazionale, infatti, ha raccolto appena il 32,2% dei voti, rispetto al 21,5% dei gaullisti, al 14% del Front Nationale ed all'11% de La France Insoumise. Per via del ballottaggio di collegio che si svolgerà la prossima domenica, a cui accederanno tutti i candidati che al primo turno hanno avuto almeno il 12,5% dei voti, si prevede che all'Assemblea Nazionale il partito di Macron avrà tra 415 e 455 seggi su 577 totali da assegnare. Disporrà, quindi, di una maggioranza di deputati che andrà tra il 72% ed il 78%. Tutti gli altri partiti si spartiranno tra il 22% ed il 28%. E' una distorsione enorme, soprattutto se si riflette che ha votato meno della metà degli aventi diritto.

A ben riflettere, la Corte costituzionale italiana ha bocciato l'Italicum per questo identico motivo: con questa legge elettorale, si prevedeva di assegnare comunque, al ballottaggio, un consistente premio di maggioranza alla Camera dei deputati a prescindere dai voti effettivamente ottenuti. La frammentazione delle liste, in Francia, ha portato ad un risultato in cui la rappresentanza istituzionale non rispecchia affatto il voto popolare. Se si fosse votato con un sistema proporzionale, il risultato sarebbe stato completamente diverso. E' questo il conflitto tra le esigenze della rappresentanza politica e quelle della governabilità.

Governare senza rappresentanza non è solo un rischio, ma è l'antitesi della democrazia. Così, mentre una metà dei cittadini francesi ha disertato le urne, dell'altra metà solo il 32% ha dato il consenso al partito di Macron: se il consenso popolare vero non supera il 16%, in Parlamento la rappresentanza arriva all'80% dei deputati. Una rappresentanza effimera nel Paese ma un potere istituzionale enorme, con una squadra di deputati che è per i due terzi alla prima esperienza legislativa.

Il nuovo Presidente ha progetti ambiziosi, vuole cambiare radicalmente le leggi sul rapporto di lavoro, per rendere l'impiego molto più flessibile. Vuole cambiare le regole dell'assistenza sociale, in materia di indennità di disoccupazione. Il programma integrale è raccolto in un suo libro, intitolato Révolution. Un titolo che, già da solo, fa paura.

La Francia non ne sembra affatto convinta: le elezioni dimostrano disincanto, abbandono, delusione, sfiducia e rassegnazione, piuttosto che orgoglio, slancio e partecipazione corale al progetto presidenziale.

C'è troppa distanza tra il consenso democratico effettivo e la rappresentanza istituzionale conseguita attraverso i meccanismi elettorali: è questa, in Francia, la macronite acuta.

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