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Venerdì 20 Ottobre 2017, ore 03.38
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America ricca, Americani poveri

Spese militari, Monetarismo, Globalizzazione: ecco la fine del sogno americano

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Barack Obama avrebbe dovuto essere il simbolo di una Presidenza che in America riscattava finalmente i poveri, i dimenticati, gli esclusi. Venne eletto nel 2008, mentre imperversava la peggiore crisi finanziaria dal 1929: promise di mettere in riga la finanza, di mettere al bando i combustibili fossili, di dare a tutti finalmente una copertura sanitaria su base assicurativa.

L'Obamacare è stato approvato, così come la disoccupazione è tornata ai minimi, ma l'America ha voltato le spalle ai Democratici, preferendo la candidatura estemporanea di Donald Trump a quella di Hillary Clinton. La maggioranza degli Americani, pur risicata, ha votato per un magnate dell’immobiliare disdegnando l'establishment tradizionale: era chiaro a tutti il malcontento, soprattutto in quella Middle Class che è sempre stata la spina dorsale della società americana.

Il fatto è che in quasi tutti i Paesi Occidentali si stanno manifestando crisi politiche profonde: la crisi del 2008, che dura ormai da un decennio, ha radici profonde.

Lo dimostra il fatto che, a partire dagli anni Ottanta, la proporzione tra la quota dei salari e degli stipendi rispetto al reddito nazionale si è ridotta costantemente, a favore dei profitti e delle rendite finanziarie: nel 1979, negli Usa, i primi rappresentavano il 60% del RNL; nel 2008, quando scoppia la crisi, erano scesi al 55%. Le famiglie, per mantenere inalterati i consumi, hanno ridotto il risparmio che si è completamente azzerato. Le famiglie americane si sono indebitate con le banche, con i mutui immobiliari, gli acquisti di automobili a rate e le carte di credito revolving. Ma soprattutto si sono indebitate con l’estero: i debiti venivano cartolarizzati in appositi veicoli finanziati e quindi venduti all'estero. La posizione finanziaria netta americana verso il resto del mondo è passiva per circa un quarto del suo reddito nazionale annuo: questo significa che gli USA hanno nei confronti del Resto del Mondo più debiti che crediti, più passività che attività. Bisogna capire perché tutto questo è successo: all'inizio degli anni Ottanta è cominciata la stagione dei monetaristi, con la fine delle politiche keynesiane, dei tassi di interesse reali negativi per via dell’alta inflazione: fino ad allora, infatti, il capitale finanziario ed il risparmio accumulato veniva penalizzato rispetto al debitori. Stati, imprese e privati restituivano nel tempo un capitale svalutato per l’inflazione. La svolta monetarista, con tassi reali elevati, rese impossibile alle imprese americane il pagamento di alti salari: questi andavano abbassati, per pagare i più alti interessi. Il più alto costo del denaro rese preferibile andare ad investire all'estero, soprattutto in Messico, dove il lavoro costava meno e le tutele per i lavoratori meno intense.

La svolta monetarista, all'inizio degli anni Ottanta, fu la risposta ad una crisi più generale: l’America, per via delle spese militari e le guerre all'estero, prima in Corea e poi in Vietnam, aveva i conti con l’estero sempre più squilibrati. E’ questa la seconda causa strutturale: gli Usa non riuscivano più, già dagli anni Settanta, ad assicurare contemporaneamente “burro e cannoni”. Ed infatti, nell'agosto del 1971, il Presidente Richard Nixon dovette dichiarare lo sganciamento del dollaro dall'oro, facendo venire meno l’obbligo della convertibilità. Il Giappone ed i Paesi europei si erano ripresi abbondantemente dopo la guerra, anche con l’assistenza americana attraverso il Piano Marshall, e vendevano all'America più di quanto non comprassero. La svalutazione del dollaro ed i dazi all'importazione fecero salire l'inflazione, ma la produzione interna non aumentò in modo significativo: fu un decennio di stagflazione cui si pose rimedio con la svolta monetarista. Molte aziende americane fallirono, non potendo sostenere insieme alti salari ed alti costi del denaro.

Qui comincia la divaricazione, tra America ricca ed Americani poveri: i capitali di mezzo mondo, ivi comprese le rendite petrolifere dei Paesi Arabi (i “Petrodollari”) si riversarono negli Usa, dove i tassi di interesse erano stati portati a livelli stratosferici. Vennero usati dalle Banche americane per fare investimenti ad alto rendimento soprattutto in Sudamerica, indebitando fino allo stremo questo continente. Nel frattempo, le spese militari continuarono a crescere: il Presidente Ronald Reagan era convinto di vincere la sfida definitiva all'URSS con una nuova guerra tecnologica, basata sull'uso di satelliti e missili, e di riconquistare la supremazia mondiale anche in campo economico e finanziario abbandonando la Old Economy a favore della New Economy. L'America abbandonava la manifattura, che veniva delegata ai Paesi dove il costo del lavoro era più basso, mentre spingeva sulle nuove tecnologie e sulla finanza: più ricchezza per gli Usa, ma concentrata in poche mani. Stipendi favolosi, ma per un numero molto ristretto di manager e banchieri.

La grande globalizzazione, con l’ingresso della Cina nel WTO, è del 2001: l’America comincia ad importare di tutto, visti i prezzi imbattibili della nuova concorrenza. Altre imprese americane chiudono, mentre le famiglie si illudono di poter andare avanti indebitandosi.

La morsa si chiude nel 2008, con il fallimento della Lehman Brothers. Barack Obama ha fatto una politica di redistribuzione fiscale, trasferendo risorse dalla classe media ai più poveri, ma senza mai toccare i ricchi, manager e banchieri. Wall Street ha ripreso a macinare record, sostenuta dai profitti delle multinazionali americane che producono all'estero e tengono i profitti conseguenti, non tassati, nei Paradisi fiscali. Nel frattempo, le spese militari sono continuate, senza sosta, nonostante il ritiro dall'Iraq.

Eccola qui, spiegata la fine del sogno americano: spese militari, monetarismo, globalizzazione. America ricca, Americani poveri.
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