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Giovedì 19 Luglio 2018, ore 09.49
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Arriva Babbo Natale

Ma, insieme a pandori e panettoni, porta tanto torrone

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Si avvicina la fine dell'anno, ed è tradizione per tutti farsi gli auguri di buone feste, tra un bilancio di quanto è alle spalle e la speranza che in futuro tutto vada per il meglio.

Il mondo della finanza vive l'estasi delle criptovalute, con il Bitcoin che supera un record dopo l'altro, ed anche quando cade è tutto un tripudio: anche i detrattori si sentono in diritto di far festa.

Al di là dell'estasi di chi si perde nel nirvana delle quotazioni da sogno delle criptovalute, c'è una discreta fiducia nel futuro, che ora viene trainata dalla riforma fiscale americana, che dovrebbe provocare una maggior crescita dell'economia statunitense, ma anche un maggior debito pubblico. E' stato stimato nell'ordine di 1,4 mila miliardi di dollari in dieci anni. Wall Street ne aveva già scontato gli effetti positivi sin dallo scorso anno, quando festeggiò la vittoria elettorale di Donald Trump invece di crollare come molti avevano pronosticato. Ora, però, sono i cinesi e gli europei a preoccuparsi: se da un parte, infatti, la maggiore domanda delle famiglie americane dovrebbe far crescere le loro esportazioni, l'abbattimento della tassazione sulle imprese che producono negli Usa, dal 38% al 20%, e la immediata e piena deducibilità degli investimenti nello stesso anno in cui vengono effettuati, fanno temere un ritorno della grande industria negli States. A tremare, c'è pure il Canada, che vive dell'export verso gli Stati Uniti.

La battaglia della competizione globale non si gioca più solo sul costo del lavoro e della protezione ambientale, visto che anche Pechino ha fatto della lotta l'inquinamento una priorità assoluta. Ora molto si gioca sul piano fiscale, con le multinazionali americane che riporteranno a casa gli oltre 1,3 mila miliardi di dollari detenuti finora nei paradisi fiscali esentasse. Da soli questi capitali di ritorno dovrebbero essere più che sufficienti per coprire il deficit.

Non è finita qui. Nel sacco dei regali, Babbo Natale ci ha portato pure una sorpresa che riguarda le banche. A Basilea, infatti, la scorsa settimana i rappresentanti delle banche centrali si sono dati dieci anni di tempo per imporre agli istituti di credito l'obbligo di rafforzare il capitale: temono, infatti che una accelerazione possa essere controproducente. Il mercato, infatti, potrebbe non gradire le nuove ricapitalizzazioni. E c'è un perché: l'enorme quantità di nuovo credito, erogato attraverso la liquidità delle Banche centrali, ha consentito a molte imprese di abbellire i bilanci a costo assai ridotto. Se si chiede di rafforzare il capitale delle banche, significa che i loro crediti non sono così sicuri come si vuole far credere. Negli Usa, soprattutto, molte aziende si sono finanziate in banca per comprare azioni proprie e per fare acquisti di altre aziende, senza badare a spese, strapagandole. Il goodwill iscritto in bilancio è frutto di valutazioni generose, ma sotto c'è un asset reale assai meno valido.

Il rischio, a questo punto, è duplice: se i tassi salgono, si riduce la redditività aziendale, per via del maggior costo del credito contratto. Se, invece, ci dovesse essere una recessione, dovrebbero svalutare le acquisizioni, con un goodwill massacrato dai nuovi impairement test. Insomma, c'è di che farsi male ai denti.

In Europa, la vigilanza bancaria unificata della BCE ha molto insistito per introdurre un Addendum, una regola volta ad accelerare la completa svalutazione dei crediti in sofferenza: in due anni se non sono assistiti da garanzie, in sette anni se le hanno. Premesso che non è ancora chiaro se si tratta di applicare questa normativa alle sofferenze in essere, ovvero solo a quelle di nuova formazione, ci si trova di fronte ad un problema sistemico: tenere in bilancio crediti non più produttivi di interessi e soprattutto inesigibili in linea capitale, potrebbe rappresentare una prospettiva di tipo giapponese, con i bilanci bancari piombati per anni ed anni da asset privi di valore, in attesa di una risalita o di una ripresa.

Se in Europa non ci sono state le avventure finanziarie di tante imprese americane, che abbiamo visto essersi indebitate per comprare azioni proprie e per acquisizioni sopravvalutate, c'è una BCE che si è messa in portafoglio le obbligazioni di tante società, una delle quali è ora in difficoltà: il caso della Steinhoff, la multinazionale che è crollata in Borsa per via dei rovesci commerciali, pone un problema mai considerato prima: che cosa succede se anche la Banca centrale europea deve cominciare ad accusare perdite sul capitale? Perché insieme alle migliaia di miliardi di titoli di Stato, ha finanziato numerose imprese, come se fosse una qualsiasi banca d'affari. Tutti alzano le spalle, visto che una banca centrale può avere un bilancio patrimoniale in passivo, senza nessuna conseguenza: tanto, stampa tutta la moneta che le serve. La risposta, tecnicamente ineccepibile, non cancella l'enormità di quanto sta accadendo, nel silenzio generale. Anche qui, insieme al panettone c'è un bel torrone.

Meglio non parlare, infatti, delle migliaia di miliardi di debiti pubblici che sono stati comprati dalle banche centrali nazionali per conto della BCE: c'è qualche buontempone che addirittura chiede di aggiungere al debito pubblico, in quanto figurano come debiti esteri, verso la BCE. E' una sciocchezza, perché si conteggerebbero due volte: è stata una monetizzazione del debito, che nessuno sa dire che fine farà. La soluzione più logica sarebbe quella di trasformare queste detenzioni, al momento delle scadenze, in altrettanti titoli irredimibili emessi ad un tasso pari a quello di riferimento, prevedendo comunque la piena retrocessione degli interessi in questione al Tesoro, come fa da sempre la Federal Reserve americana. E' una questione molto delicata, di cui nessuno parla con disinvoltura, ma fa parte dei regali che Babbo Natale ha nel suo sacco. Un'altra questione che non sarà facile sgranocchiare.

Bisogna occuparsi anche del credito in Cina, visto che anche lì ci sono molte aziende che vivono a pelo d'acqua, contando sui rinnovi e le estensioni. All'enorme flusso annuo di risparmio interno corrisponde un altrettanto gigantesco aumento del credito, che ora non viene più investito per impianti produttivi destinati all'export. Anche il settore immobiliare deve digerire un afflusso consistente di risorse, come quello delle infrastrutture pubbliche a livello locale. Non sarà facile, neppure nel Celeste Impero, controllare queste dinamiche.

C'è voglia di leggerezza: siamo usciti dalla crisi, ma con tanti problemi nuovi.

Arriva Babbo Natale. Ma insieme a pandori e panettoni, porta tanto torrone.

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