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Lunedì 23 Aprile 2018, ore 09.37
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Occidente, il grande fiasco

Solo fibrillazioni in Occidente, stabilità in Russia e Cina

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

C’è grande frustrazione in Occidente: si sta disgregando, lentamente e silenziosamente, come accadde all’Urss nei primi anni Novanta per via del conflitto crescente tra le popolazioni e le élite, il quadro geopolitico delineato dopo la caduta del Muro di Berlino, trent'anni fa: la prospettiva era di arrivare alla “Fine della Storia” per via del prevalere in tutto il mondo del binomio capitalismo-democrazia, che si riteneva definitivamente acquisita con l'ingresso nel 2001 della Cina nel Wto.

Si vive, invece, in una situazione assolutamente inimmaginabile fino a pochi anni fa.

Il bilancio, per l'Occidente nel suo complesso, è ampiamente negativo: non solo i suoi capitali finanziari e le sue multinazionali industriali non sono riusciti minimamente a conquistare le immense risorse minerarie della Russia, ma anche il mercato interno della Cina è rimasto inespugnabile. Per di più, c'è stato un colossale trasferimento di tecnologia americana a favore della Cina: in meno di vent'anni, la superiorità tecnologica degli Usa, frutto di investimenti senza pari effettuati negli anni Ottanta nel settore dell'informatica e delle telecomunicazioni, è stata condivisa con i partner industriali cinesi, visto che questo trasferimento costituisce la condizione fondamentale per poter aprire una fabbrica in Cina ed approfittare così della manodopera a buon prezzo che si trova in quel Paese. A ben vedere, quindi, non è affatto vero che gli Usa in questi anni non abbiano esportato molto in Cina: hanno esportato tantissima tecnologia, ma regalandola ai loro partner cinesi: è stato un errore imperdonabile. Gli interessi di breve periodo delle multinazionali americane, di abbattere i costi producendo in Cina, hanno dilapidato un predominio tecnologico ed industriale creato in decenni.

La Russia, nel frattempo, è riuscita ad uscire dal ruolo di potenza solo regionale, mentre la Cina ha delineato una strategia di penetrazione a lungo termine attraverso la nuova Via della Seta.

L'Occidente, invece, è uscito squassato anche politicamente dalla crisi del 2008: il referendum popolare a favore della Brexit in Inghilterra; la sconfitta alle Presidenziali americane della arci favorita Hillary Clinton nel confronto contro Donald Trump, sfidante outsider; l'emergere in Germania, a settembre scorso, del consenso di oltre il 20% dell'elettorato verso due formazioni politiche (FPD e AfD) che si collocano a destra rispetto alla Cdu-Csu; lo sbriciolamento dei partiti tradizionali nelle elezioni politiche tenutesi in Grecia, Spagna, Francia ed ora anche in Italia; lo spostamento a destra dell'Austria ed il nuovo successo elettorale del Premier ungherese Victor Orban.

Sono tutti segnali di un processo di lisi all'interno del sistema occidentale e della stessa Unione europea. Come se non bastasse, la Turchia del Presidente Recep Tayyip Erdogan coltiva ambizioni egemoniche nello scacchiere mediorientale, muovendosi in grande autonomia politica rispetto al quadro delle alleanze tradizionali: la chiusura della prospettiva di essere ammessa nella Unione europea, dopo anni ed anni di attesa, ha dirottato altrove le sue ambizioni. Da tempo, interviene militarmente in Siria, dialoga strettamente con la Russia e con l'Iran, persegue una politica verso i Curdi che è nettamente opposta a quella prospettiva di autonomia che invece gli Usa gradirebbero. La Turchia fa parte della Nato, ma coltiva suoi propri obiettivi geopolitici: un quadro davvero impensabile, fino a dieci anni fa.

In Europa emergono i “populismi”, le tensioni verso il centralismo di Bruxelles, così come una volta nei Paesi satelliti dell'Urss si reclamava autonomia da Mosca: allora, le rivolte venivano sedate con i carri armati ed il commissariamento politico; ora si procede con la Troika ed il commissariamento dei conti pubblici. C'è la stessa insofferenza, la stessa crisi di consenso, verso un modello politico ed economico che prometteva sempre maggiore benessere e che invece sta portando all'impoverimento. Si fanno sacrifici per nulla.

C'è chi dice che la crisi dell'Occidente dipende dalla troppa democrazia: si vota troppo spesso, i popoli reclamano diritti su diritti, i Parlamenti hanno troppo potere. Forse è vero il contrario: poiché gli Stati hanno abdicato al loro ruolo di guida politica, lasciando che sia il mercato a regolare liberamente i processi di allocazione delle risorse ed i processi di crescita, il voto verso i partiti tradizionali diviene sostanzialmente inutile. E, quindi, l'elettorato affida il proprio consenso a quei partiti e movimenti che promettono soluzioni esterne a quelle ammesse dall'attuale quadro istituzionale ed alla regole economiche internazionali.

Gli Americani hanno votato per Trump, che prometteva dazi contro Messico e Cina, ribaltando la liberalizzazione del commercio internazionale perseguita per decenni; gli Inglesi hanno votato per la Brexit, ostili alla libertà di movimento delle persone che inonda la Gran Bretagna di centinaia di migliaia di europei in cerca di lavoro e della protezione sociale pagata dai suoi contribuenti: la Germania, la Francia, l'Austria ed i Paesi del Gruppo di Visegrad sigillano le loro frontiere agli immigrati, lasciando sola l'Italia.

A Oriente, invece, regna la stabilità assoluta: Vladimir Putin è stato rieletto per la quarta volta Presidente della Confederazione russa; Xi Jinping, che è contemporaneamente Segretario generale del Partito comunista cinese, Presidente della Repubblica popolare cinese e Presidente della Commissione militare centrale, è riuscito a far modificare la Costituzione cinese, rimuovendo il limite dei due mandati come Presidente della Repubblica.

Questa stabilità politica in Russia ed in Cina, per l'Occidente è frustrante: si pensava che il processo di apertura delle loro economie al mercato avrebbero portato anche lì ad una riduzione progressiva del ruolo della politica e dello Stato. Cina e Russia, invece, si manifestano praticamente impermeabili a questo processo, che sta portando l'Occidente ad una continua fibrillazione politica ed a crisi economiche pressoché irresolubili.

In Occidente il Mercato domina sulla politica, creando fibrillazione politica e crisi economiche e finanziarie continue. Il mantra ultra quarantennale, secondo cui serve “Meno Stato, più mercato”, si sta dimostrando distruttivo per entrambi.

In Oriente, la politica e lo Stato continuano a dettare le regole al mercato ed al sistema finanziario, in un assetto di stabilità.

Solo fibrillazioni in Occidente, stabilità in Russia e Cina.

Occidente, il grande fiasco.

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