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Se Shanghai sfida la City

Non sarà più Londra a traghettare lo yuan verso i mercati globali

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Altri tempi. Eppure era stata una delle accoglienze più fastose che si fossero mai viste da decenni, a Londra nell'ottobre del 2015, per l'arrivo del Premier cinese Xi Jinping: la stessa Regina Elisabetta lo ricevette con ogni onore, attraversando in corteo la città tra due ali di folla plaudente.

E qualcuno in India si adontò pure, visto che nei discorsi si faceva spesso riferimento alla Cina come alla "più grande democrazia del mondo": quel merito, caso mai, sarebbe spettato a Nuova Delhi e non certo a Pechino, dove il Partito Comunista Cinese la fa da padrone. Solo parole, si dirà, che svelano però i rapporti mai idilliaci tra i due Paesi.

L'India, d'altra parte, è sempre stata gelosa dei suoi rapporti preferenziali con la Gran Bretagna: il processo di decolonizzazione, per quanto complesso, non ha lasciato affatto le acredini che invece caratterizzano ancora le relazioni della Francia con l'Algeria.


In quegli anni, parliamo del 2015, Londra aveva l'ambizione di essere il primo partner politico e finanziario della Cina: dopo la crisi americana del 2008 e la baraonda che aveva colpito Wall Street, era il momento opportuno per fare un passo in avanti.

D'altra parte, la Cina era assai attenta alla evoluzione dei rapporti con Washington, caratterizzati dalla stipula proprio in quei giorni dell'ottobre del 2015 della TPP (Trans Pacific Partnership), il Trattato di cooperazione economica di cui si era cominciato a discutere su iniziativa della Amministrazione Obama e da cui Pechino era stata volutamente esclusa.
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