Banche italiane, Scope: nuova tassa gestibile ma potrebbe indebolire l'interesse degli investitori
I potenziali effetti
(Teleborsa) - È improbabile che la proposta del governo italiano di introdurre un'imposta sugli utili delle maggiori banche italiane indebolisca in modo significativo il loro profilo creditizio, ma potrebbe alimentare un maggior numero di M&A e indebolire l'interesse degli investitori. Lo sostiene Scope Ratings in una nota sul tema, dopo che Matteo Salvini, vice primo ministro e leader della Lega, ha dichiarato l'11 agosto che nel bilancio 2027 il suo partito proporrà un'imposta triennale del 5% sugli utili delle 10 maggiori banche italiane. Tuttavia, non è stata pubblicata alcuna bozza di legge e non sono stati definiti i presupposti rilevanti, come l'ambito di applicazione, la base imponibile o le possibilità di compensazione, tra gli altri fattori.
Un'imposta sugli utili colpirebbe le banche italiane proprio nel momento in cui hanno beneficiato di un contesto operativo favorevole, sottolinea Scope, evidenziando che la redditività è ai massimi da decenni grazie a margini di interesse netti solidi, commissioni in aumento e un rigoroso controllo dei costi. La qualità degli attivi è buona e i costi del credito sono al di sotto dei minimi degli ultimi 10 anni.
Inoltre, le sfide geopolitiche non hanno avuto un impatto significativo sulle banche italiane, consentendo loro di concentrarsi sulla sostenibilità futura dei propri modelli di business. Le operazioni di M&A, sia nazionali che internazionali, si sono intensificate, ponendo le basi per un'ulteriore diversificazione dei ricavi e per un aumento dell'efficienza. In questo contesto, un'imposta del 5% sugli utili sarebbe neutrale dal punto di vista del credito per la maggior parte delle grandi banche, soprattutto se calcolata sull'utile netto.
"Potrebbero tuttavia esserci degli effetti collaterali - si legge nella nota - La tassa sugli extraprofitti del 2023 si è rivelata in gran parte inefficace dal punto di vista fiscale, ma ha permesso alle banche di rafforzare le proprie riserve di capitale. Le misure del 2025 sono state più efficaci, ma non hanno incrementato in modo sostenibile la base imponibile né hanno inciso sulla redditività delle banche".
L'attività di M&A nel settore bancario italiano è già intensa, ma la proposta potrebbe fungere "da catalizzatore per un ulteriore consolidamento", sostiene Scope. Ipotizzando che le fusioni siano accompagnate da oneri di ristrutturazione consistenti, questi potrebbero moderare l'attuale redditività (base imponibile) e, nel momento in cui le sinergie inizieranno a manifestarsi, l'imposta potrebbe essere già stata gradualmente eliminata.
Una tassazione ad hoc potrebbe inoltre incidere sul sentiment degli investitori e comportare un aumento dei costi di finanziamento e del costo del capitale proprio. "Ciò potrebbe avere un impatto negativo sul merito creditizio qualora la situazione dovesse invertirsi e, anziché continuare a distribuire il capitale in eccesso, le banche fossero costrette a raccogliere ulteriore capitale, soprattutto in un contesto macroeconomico deteriorato", viene sottolineato.
Un prelievo fiscale penalizzerebbe ulteriormente le banche italiane rispetto ai concorrenti, dato che già oggi sono soggette a un carico fiscale "strutturalmente più elevato rispetto alla maggior parte delle altre banche europee e a molti istituti finanziari non bancari". Infine, l'agenzia di rating fa notare che interventi ripetuti rendono più complessa la pianificazione a medio termine e le politiche di distribuzione, e possono incidere negativamente sul contesto operativo del settore bancario italiano.
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