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Sabato 21 Ottobre 2017, ore 01.46
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Montagne e topolini

Speranze e paure destinate a sgonfiarsi

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Catalogna. Non ci possono essere dubbi sul fatto che abbia un'identità nazionale. Era etnicamente diversa dal resto della penisola iberica fin dai tempi preromani. Fu marca autonoma sotto influenza francese per quattro secoli e poi divenne parte semi-indipendente del regno di Aragona, la regione che sta alle sue spalle. Aragonesi e catalani si crearono un piccolo e prospero impero che comprendeva a un certo punto la Sardegna, l'Italia meridionale e perfino Atene. Arrivarono ad avere un papa loro, Alessandro VI Borgia, molto migliore di come la tradizione lo ha dipinto.

Nel 1469 Fernando di Aragona sposò Isabella di Castiglia per completare la cacciata degli arabi dal sud e per proiettare i due regni verso l'Africa e le Americhe. Per quanto unificati, i due regni mantennero totale parità di peso e autonomia linguistica e giuridica fino all'inizio del Settecento, quando i catalani si schierarono dalla parte perdente nella lunga Guerra di successione spagnola e si ritrovarono un Borbone francese, Filippo V, come nuovo re. Filippo, nipote diretto di Re Sole, applicò immediatamente i principi centralisti e assolutisti assorbiti a Versailles e tolse ai catalani sconfitti la loro autonomia.

Con l'inizio del Novecento e il passaggio alla repubblica la Catalogna riacquistò immediatamente larga autonomia politica e linguistica e ai tempi della Guerra Civile divenne, insieme al Paese Basco e alle Asturie, il centro dell'opposizione a Franco. Come Filippo V, Franco vincitore represse in ogni modo i catalani, che riuscirono comunque a rimettersi in piedi e a fare da motore del miracolo spagnolo degli anni Cinquanta. Caduto il franchismo, Barcellona riottenne immediatamente una larga autonomia, erosa però progressivamente sotto i governi controllati dal Partido Popular e soprattutto con Rajoy. Da qui, da un decennio, la spinta crescente a risolvere una volta per tutte la questione attraverso l'indipendenza.

All'indipendentismo catalano manca però lo stesso elemento che è mancato all'indipendentismo del Québec e a quello scozzese, tutti capaci di sfiorare il 50 per cento dei consensi popolari senza mai andare oltre. Manca la compattezza della classe imprenditoriale, quella che nell'Ottocento e nel Novecento si chiamava borghesia e che fu decisiva nelle guerre di indipendenza che si conclusero con successo (Stati Uniti, America Latina, Italia, India). E così, mentre le imprese coreane se ne restano tranquillamente a pochi chilometri dalle atomiche di Kim, la finanza e le utilities catalane, soggette ai regolatori di Madrid, Bruxelles e Francoforte, non hanno esitato un minuto a scappare. A questo punto, la montagna sollevata dal referendum sembra destinata a partorire il topolino di una guerra politica di logoramento destinata a durare anni o decenni. L'Europa, che ha perso memoria di molti suoi valori e che tratta la Catalogna da provincia ribelle, non rischierà nulla, se non di apparire ancora più lontana, imperiale e autoreferenziale.

(Nell'immagine: Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia)
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