Domenica 5 Luglio 2020, ore 19.41
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Due mondi

Flessibilità americana, rigidità europea

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Non si può dire che l'America e l'Europa abbiano reagito particolarmente bene, sul piano sanitario, alla pandemia. Il paragone con l'Asia non è lusinghiero e mostra quasi ovunque ritardi, impreparazione, approssimazione e carenza di coordinamento. L'estrema politicizzazione, che ha arruolato il virus nelle guerre culturali che devastano l'America ancor più che l'Europa, non è stata certo di aiuto, tanto che oggi abbiamo i farmaci di destra e quelli di sinistra mentre la mascherina, in molti stati americani, è diventata un segno di identità politica.

Sul piano degli effetti economici della pandemia e delle misure di confinamento, l'America ha avuto un risultato meno negativo dell'Europa nel primo trimestre, ma questo riflette il ritardo con cui Covid è sbarcato sulle coste americane ed è poi penetrato all'interno. Nel secondo trimestre le cose si riequilibreranno, ma anche su questo piano l'Asia uscirà alla fine la più capace di tenersi insieme.

Dove le cose stanno andando meglio è sul piano delle misure di politica economica che si stanno adottando per contenere i guasti profondi della crisi e preparare la fase 3, quella della ricostruzione. Meglio non significa bene, intendiamoci. Per quanto grandiosi, i programmi sono ancora insufficienti, in particolare in Europa, e sono in alcuni casi in ritardo. Pur con le loro evidenti carenze, tuttavia, sono molto più ampi e sono arrivati prima di quello che ci si poteva aspettare alla metà di marzo, quando il panico si è impadronito dei mercati.

Due fattori hanno giocato in questo senso. Il primo è l'allentamento dei vincoli ideologici che hanno legato per quarant'anni governi e banche centrali all'ortodossia liberale. Concetti come monetizzazione del deficit, helicopter money, fine dell'austerità, ricongiungimento tra Tesoro e banca centrale, politica della domanda, ruolo degli investimenti pubblici erano già ampiamente nell'aria, quando non erano già praticati, prima della crisi e hanno permesso di non perdersi in tormenti dottrinari quando è arrivato il momento dell'emergenza. Il secondo è che erano dieci anni, dalla fine della Grande Recessione, che le banche centrali redigevano piani dettagliati per combattere la prossima recessione. E anche i governi sono stati più preparati, in particolare in America e in Germania, dove la recessione del manifatturiero è iniziata nell'agosto 2018 e il governo ha approntato per tempo una forte reazione frenata solo dal tabù del disavanzo zero, ora travolto.
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