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Unimpresa: pensioni, sistema solido e sostenibile nel lungo periodo

Economia
Unimpresa: pensioni, sistema solido e sostenibile nel lungo periodo
(Teleborsa) - Il sistema pensionistico italiano conferma una tenuta strutturale di medio-lungo periodo, nonostante l’invecchiamento della popolazione. La spesa pensionistica in rapporto al PIL, dopo il picco eccezionale del 16,9% nel 2020 legato alla crisi pandemica, si è ridotta rapidamente al 14,9% nel 2022, risalendo al 15,3% nel 2023-2024 anche per effetto dell’elevata indicizzazione dovuta all’inflazione. Nei prossimi anni il rapporto è destinato a crescere gradualmente fino a un massimo del 17,1% nel 2042-2043, per poi avviarsi su una riduzione strutturale che lo riporta al 16,0% nel 2050, al 14,1% nel 2060 e al 14% nel 2070, su livelli sostanzialmente in linea con quelli pre-pandemia. Sul fronte macroeconomico e occupazionale, le previsioni indicano un rafforzamento della base contributiva. Il tasso di attività nella fascia 15-64 anni è atteso salire dal 66,7% del 2024 al 71,3% nel 2070, mentre nella fascia 20-69 anni il tasso di attività raggiunge il 74,5% e quello di occupazione il 70,4%, con incrementi superiori agli 8 punti percentuali. Anche la produttività per occupato mostra un andamento favorevole, con una crescita fino all’1,4% nel 2045 e una tenuta all’1,2%nella parte finale del periodo di previsione.

È quanto spiega il Centro studi di Unimpresa, in un report su dati della Ragioneria generale dello Stato che conferma la robustezza dell’impianto vigente. In assenza degli adeguamenti automatici, la spesa pensionistica salirebbe fino al 18,0% del pil nel 2042 e resterebbe al 15,7% nel 2070, mentre il debito pubblico aumenterebbe fino a 36 punti di pil nel lungo periodo, che diventerebbero 58 punti in caso di blocco anche dei coefficienti di trasformazione: scenari che vengono evitati grazie all’assetto normativo attuale. Il rientro nel lungo periodo è reso possibile dall’applicazione generalizzata del metodo contributivo, dall’inversione del rapporto tra numero di pensioni e occupati e dal pieno funzionamento dei meccanismi automatici di adeguamento dei requisiti di pensionamento e dei coefficienti di trasformazione alla speranza di vita, considerati una vera e propria 'ancora' di sostenibilità per il sistema. Le riforme adottate dal 2004 in poi hanno prodotto una riduzione cumulata dell’incidenza della spesa pensionistica superiore a 60 punti di PIL al 2060, con oltre un terzo del risultato attribuibile all’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita. Un dato che conferma come il sistema pensionistico italiano abbia già incorporato le principali risposte alle sfide demografiche future, garantendo sostenibilità finanziaria, prevedibilità delle regole e un equilibrio complessivo tra conti pubblici e adeguatezza delle prestazioni.

"L'aumento della spesa pensionistica è un fenomeno temporaneo, legato all’uscita dal lavoro delle generazioni del baby boom, e che il sistema, a legislazione vigente, è destinato a rientrare progressivamente su livelli pienamente compatibili con la crescita economica e con la stabilità dei conti pubblici. Il ritorno della spesa pensionistica intorno al 14% del pil nel lungo periodo è il segnale più evidente di una riforma che ha funzionato e che continua a funzionare. Accanto alla tenuta previdenziale, colpisce positivamente il rafforzamento strutturale del mercato del lavoro: più occupazione, maggiore partecipazione e una produttività che, pur in un contesto demografico complesso, rimane su un sentiero di crescita. È la dimostrazione che la sostenibilità del welfare non passa dai tagli, ma da un’economia che lavora, investe e crea valore. Per le imprese, soprattutto per le piccole e medie, questo quadro rappresenta un elemento di stabilità fondamentale. Un sistema pensionistico prevedibile e sostenibile riduce l’incertezza, rafforza la fiducia e crea le condizioni per programmare investimenti e occupazione nel medio-lungo periodo. Ora la sfida è accompagnare questo impianto solido con politiche che sostengano crescita, lavoro e produttività, perché i numeri dimostrano che quando l’economia reale è messa nelle condizioni di funzionare, anche il welfare regge e guarda al futuro con maggiore serenità" commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato la Nota di aggiornamento 2025 della Ragioneria Generale dello Stato, il quadro che emerge restituisce l’immagine di un sistema pensionistico italiano che, pur inserito in una fase storica segnata da un intenso processo di invecchiamento demografico, mostra una capacità strutturale di adattamento, controllo e riequilibrio nel medio e lungo periodo. Le previsioni aggiornate dalla Ragioneria - elaborate sulla base del quadro macroeconomico del Documento programmatico di finanza pubblica 2025, delle revisioni dei conti nazionali Istat di settembre 2025 e delle nuove previsioni demografiche Istat con base 2024 - rafforzano la credibilità complessiva dell’impianto previsivo e ne consolidano la valenza istituzionale.

Sul piano macroeconomico, lo scenario nazionale base ipotizza per il periodo 2028-2070 una crescita media annua del pil reale pari a circa lo 0,6%, un valore coerente con un contesto demografico sfavorevole ma sostenuto da un progressivo miglioramento dei fondamentali del mercato del lavoro. In particolare, il tasso di attività nella fascia 15-64 anni è previsto salire dal 66,7% del 2024 al 71,3% nel 2070, mentre nella fascia 20-69 anni – che meglio approssima la popolazione effettivamente in età lavorativa nel lungo periodo – il tasso di attività raggiunge il 74,5%, con un incremento di 8,4 punti percentuali rispetto al livello iniziale. Nella stessa fascia di età, il tasso di occupazione cresce di 8,6 punti, attestandosi al 70,4% nel 2070. Questo rafforzamento della base occupazionale rappresenta uno degli elementi più rilevanti di sostegno alla sostenibilità pensionistica. A ciò si accompagna un profilo di crescita della produttività per occupato che, nello scenario nazionale base, sale progressivamente fino a raggiungere un picco dell’1,4% nel 2045, per poi rallentare gradualmente ma mantenersi su livelli comunque positivi, pari all’1,2% nella parte finale del periodo di previsione. Anche la produttività totale dei fattori mostra una dinamica favorevole, crescendo fino all’1,1% nel 2045 e convergendo allo 0,8% nel 2070. Questi dati indicano che il sistema pensionistico non poggia esclusivamente su aggiustamenti parametrici, ma beneficia di un quadro macroeconomico che, pur prudente, incorpora miglioramenti strutturali della capacità produttiva.

Venendo al cuore del sistema pensionistico, la dinamica della spesa in rapporto al PIL evidenzia un profilo chiaramente riconducibile a una fase di pressione transitoria seguita da un rientro strutturale. Dopo il picco straordinario del 16,9% del pil nel 2020, legato esclusivamente alla caduta del denominatore durante la crisi pandemica, il rapporto spesa pensionistica/PIL si riduce rapidamente negli anni successivi, attestandosi al 14,9% nel 2022. Nel biennio 2023-2024, anche per effetto dell’elevata indicizzazione conseguente al picco inflazionistico, il rapporto risale al 15,3%, per poi avviarsi su un sentiero di crescita graduale che culmina in un massimo del 17,1% nel 2042-2043. Questo picco, tuttavia, non rappresenta un punto di rottura, bensì l’apice di una dinamica ampiamente prevista e governata, legata all’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom. Ed è proprio qui che emergono con chiarezza gli effetti positivi delle riforme strutturali introdotte negli ultimi due decenni. A partire dalla metà degli anni Quaranta, il rapporto tra spesa pensionistica e pil inizia una riduzione progressiva e strutturale, scendendo al 16,0% nel 2050, al 14,1% nel 2060 e convergendo al 14,0% nel 2070, un livello sostanzialmente in linea con quello osservato prima della crisi pandemica.

Questa rapida riduzione nella fase finale del periodo di previsione è riconducibile a tre fattori chiave: la generalizzazione del metodo di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa, l’inversione del rapporto tra numero di pensioni e numero di occupati e, soprattutto, l’operatività piena dei meccanismi automatici di adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento e dei coefficienti di trasformazione alla speranza di vita. Questi automatismi, aggiornati con cadenza biennale, consentono al sistema di assorbire l’impatto dell’invecchiamento senza interventi discrezionali, garantendo un equilibrio dinamico tra sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni.

L’importanza di questi meccanismi emerge con particolare forza dalle simulazioni di sensitività. In uno scenario ipotetico in cui sia i requisiti di pensionamento sia i coefficienti di trasformazione restassero bloccati ai valori del 2025, la spesa pensionistica raggiungerebbe il 18,0% del pil nel 2042 e si attesterebbe al 15,7% nel 2070, contro il 14,0% previsto a legislazione vigente. Ancora più rilevante è l’impatto sul debito pubblico: il mancato adeguamento dei requisiti alla speranza di vita determinerebbe un incremento del rapporto debito/PIL di circa 16 punti percentuali nel 2045 e di 36 punti nel 2070, che salirebbero rispettivamente a 20 e 58 punti nel caso di blocco congiunto anche dei coefficienti di trasformazione. Il fatto che lo scenario a normativa vigente eviti questi esiti costituisce una conferma quantitativa della robustezza del sistema pensionistico italiano.

Il bilancio complessivo delle riforme adottate a partire dal 2004 è, sotto questo profilo, nettamente positivo: l’insieme degli interventi succedutisi negli ultimi vent’anni ha generato una riduzione cumulata dell’incidenza della spesa pensionistica sul pil pari a oltre 60 punti percentuali di pil al 2060, con più di un terzo di tale risultato attribuibile proprio all’adeguamento automatico dei requisiti di accesso alla pensione alla variazione della speranza di vita. Si tratta di un dato che colloca il sistema italiano tra quelli più riformati e strutturalmente sostenibili nel panorama europeo.

Anche sul piano dell’adeguatezza delle prestazioni, il quadro appare complessivamente equilibrato. L’analisi dei tassi di sostituzione teorici mostra che l’elevamento dell’età media di pensionamento contribuisce in modo significativo a sostenere gli importi pensionistici nel sistema contributivo, compensando in larga misura gli effetti di contenimento propri del metodo di calcolo. Per i lavoratori dipendenti, il contenimento del reddito pensionistico disponibile lungo il periodo di simulazione risulta limitato e può essere ulteriormente mitigato dal ricorso alla previdenza complementare, mentre per i lavoratori autonomi, pur a fronte di tassi di sostituzione lordi inferiori, l’incidenza complessiva del prelievo fiscale e contributivo riduce sensibilmente il divario in termini netti.
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