(Teleborsa) - Un
conflitto breve in Iran, della durata di tre-quattro settimane produrrebbe solo una
fiammata temporanea dei prezzi energetici, senza configurare uno shock strutturale per l’economia italiana. È quanto emerge da una
analisi del Centro studi di Unimpresa, che ridimensiona gli scenari più allarmistici in caso di durata limitata delle ostilità.
Il
nodo centrale - afferma - resta lo
Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20-21% del petrolio mondiale. Tuttavia, in assenza di un blocco navale prolungato, il
rialzo delle quotazioni sarebbe legato perlopiù al
premio al rischio finanziario più che a una reale interruzione dei flussi fisici. Le proiezioni indicano per il
Brent un possibile
picco temporaneo tra 90 e 110 dollari al barile, pari a un aumento del 20-45%, ma con una media trimestrale difficilmente superiore a 85-95 dollari in caso di normalizzazione rapida. Analoga dinamica per il
gas europeo, con un
TTF visto salire verso
50-65 euro (+40-80%), ma con una media stagionale più contenuta nell’area 45-55 euro se non si verificano interruzioni fisiche delle forniture di GNL o dei flussi nordafricani.
L’Italia, che consuma circa 70 miliardi di metri cubi di gas l’anno,
risentirebbe più della volatilità che di una carenza effettiva di approvvigionamenti.
Sul piano macroeconomico, l’impatto di uno
shock breve resterebbe contenuto. Un aumento medio del petrolio del 30% limitato a un mese produrrebbe un
effetto sull’inflazione stimabile in
+0,2/+0,4 punti percentuali rispetto a una baseline del 2,1%. La
crescita del PIL 2026, prevista intorno a +1,1% nello scenario centrale,
potrebbe ridursi di 0,2 punti, senza scivolare in recessione. Anche il
deficit commerciale energetico, stimato in circa 35 miliardi in condizioni normali,
salirebbe solo temporaneamente verso 45-50 miliardi in caso di prezzi elevati concentrati in un singolo trimestre.
Per le imprese italiane, in particolare per i settori energivori,
l’effetto principale sarebbe dunque un
aumento dei costi variabili e della volatilità, ma non una crisi sistemica di marginalità. Gli scenari più critici, con impatti severi su occupazione e competitività, presuppongono durate ben superiori e un’escalation regionale. In caso contrario, il sistema produttivo italiano appare
in grado di assorbire uno shock breve, soprattutto alla luce della maggiore diversificazione delle forniture energetiche rispetto alla crisi del 2022.