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Mercoledì 15 Agosto 2018, ore 03.10
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Il grande errore di Theresa May

Doveva dimostrare che c'è vita fuori dalla UE

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

La paura del vuoto, di un futuro sconosciuto per quanto riguarda le relazioni commerciali, attanaglia da anni la Gran Bretagna. Questo è l'assillo che tormenta tutti: operatori economici, sistema finanziario e cittadini di fronte alle incertezze sulla Brexit.

E' stato un errore negoziale, fatto per trattare in buona fede, lasciare trascorrere tutto questo tempo invano, per trovare innanzitutto una soluzione al tema dei rapporti futuri tra la Gran Bretagna e la Unione europea, senza coltivare nel frattempo le alternative che aprissero comunque nuovi mercati e consentissero alle trattative di essere meno sbilanciate.

Mentre l'Unione europea, se non si arrivasse ad un accordo con la Gran Bretagna, perderebbe un solo partner che vale circa 80 milioni di consumatori, la Gran Bretagna perderebbe un mercato che oggi conta oltre 500 milioni di consumatori. Il rischio è enorme, e la paura altrettanto profonda.

La ragione per cui la Gran Bretagna non si è seduta in questi anni al tavolo per trattare con altri Paesi è di ordine giuridico: finché la Gran Bretagna rimane formalmente membro della Unione non può negoziare nuovi accordi commerciali con nessuno: si tratta di una competenza esclusiva devoluta dai Trattati alla Unione medesima.

In pratica, dopo il referendum con cui la Gran Bretagna ha deciso a favore della Brexit, la Commissione europea ha continuato a negoziare con gli Usa per definire il TTIP (Trans Atlantic Trade and Investment Partnership) che poi si è arenato; viceversa, si sono concluse positivamente le trattative con il Canada per il CETA (Canada Europe Trade Agreement) e sono in fase conclusiva quelle per un analogo accordo con il Giappone, denominato JETA (Japan Europe Trade Agreement).

La Gran Bretagna invece è rimasta seduta al tavolo con la Commissione, a Bruxelles, per negoziare le condizioni per la sua uscita, in attesa di poter poi cominciare ad avere trattative con gli altri Stati per nuovi accordi commerciali.

Questo è stato l'errore più grave di Theresa May: ha lasciato l'intera economia inglese appesa alle trattative con l'Unione, senza preparare le alternative al fallimento del negoziato. Sono rimasti tutti terrorizzati dalle conseguenze disastrose di un possibile "non accordo". Sarebbe stato indispensabile, invece, intrattenere rapporti con gli Usa, per una partecipazione al NAFTA, insieme al Brasile ed al Canada; oppure con la Cina, l'India, l'Australia e la Nuova Zelanda.

Non c'è dubbio che queste iniziative sarebbero state giudicate negativamente, sia sul piano legale-diplomatico che su quello politico, ma avrebbero creato un clima diverso soprattutto in Inghilterra.

Ora, a circa 260 giorni dalla data entro la quale si devono concludere le trattative, il 29 marzo del 2019, c'è solo una proposta sul tavolo, quella elaborata dalla stessa Premier britannica e condensata in un documento di appena tre pagine approvato dal Gabinetto riunitosi a Chequers nella notte del 6 luglio scorso.

Questa posizione è stata subito considerata una sorta di tradimento della volontà popolare espressa con il referendum, oltre che un grave errore per la debolezza cui espone la Gran Bretagna nelle prossime trattative. Ed infatti, neppure due giorni dopo la riunione svoltasi a Chequers, sia il Ministro per la Brexit David Davis, sia da quello degli esteri Boris Johnson, si sono dimessi per protesta. Ora, il Partito Conservatore è spaccato, la credibilità della Premier Theresa May è molto bassa, mentre l'incertezza è alle stelle. Tutto è possibile: da una mozione di sfiducia contro la May a nuove elezioni anticipate, fino ad un secondo referendum sulla Brexit.

L'incertezza politica si aggiunge alla oggettiva incertezza sul futuro delle relazioni economiche tra Gran Bretagna ed Unione europea. Ed era proprio questa incertezza che andava eliminata, costruendo in questi due anni lo scenario delle relazioni commerciali che comunque sarebbero entrate in vigore all'atto della uscita formale della Gran Bretagna dall'Unione.

Doveva dimostrare che c'è vita fuori dalla Unione europea.

Il grande errore di Theresa May.

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