Milano 14-gen
45.647 0,00%
Nasdaq 14-gen
25.466 -1,07%
Dow Jones 14-gen
49.150 -0,09%
Londra 14-gen
10.184 0,00%
Francoforte 14-gen
25.286 0,00%

L'assistenza porta in disequilibrio la bilancia del welfare italiano. Previdenza sotto controllo

Il report di Itinerari Previdenziali

Economia, Welfare
L'assistenza porta in disequilibrio la bilancia del welfare italiano. Previdenza sotto controllo
(Teleborsa) - Nel 2024 l'Italia ha complessivamente destinato alla protezione sociale, pensioni, sanità, assistenza, sostegno ai redditi e welfare enti locali, 627,933 miliardi di euro, con un incremento dell'8% rispetto all'anno precedente (44,22 miliardi): la spesa per il welfare ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale, il 56,65%. Rispetto al 2012, e dunque nell'arco di dodici anni, la spesa sociale è aumentata di 195,67 miliardi (+45%): valore imputabile soprattutto agli oneri assistenziali a carico della fiscalità generale, cresciuti del 163,3% (+93 miliardi) a fronte dei "soli" 75 miliardi della spesa previdenziale (+35,55%). Nello stesso periodo, l'inflazione è salita del 24% e il PIL del 35,88%. È quanto emerge dal tredicesimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentato oggi nella Sala della Regina della Camera dei Deputati.

Numeri e "definizione" della spesa pensionistica

Nel complesso, la spesa pensionistica di natura previdenziale IVS, comprensiva di integrazioni al minimo e GIAS per i dipendenti pubblici (28,113 miliardi), è ammontata nel 2024 a 286,14 miliardi, con un incremento di 18,7 miliardi rispetto al 2023 su cui hanno inciso in particolare sia l'aumento del numero di pensionati (+75.723 rispetto al 2023) sia la rivalutazione degli assegni all'inflazione. Grazie alla significativa crescita delle entrate contributive, il saldo - comunque negativo - tra entrate e uscite migliora rispetto al 2023 attestandosi a quota 25,55 miliardi (il disavanzo era di 30,72 miliardi lo scorso anno).

Sempre con riferimento al 2024, l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL - al netto della GIAS - è pari al 13,05%. Percentuale che scende all'11,77%, valore in linea con la media Eurostat, escludendo dal calcolo anche GIAS dei dipendenti pubblici, maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo per il settore privato (per un valore complessivo pari a 28,113 miliardi), vale a dire spese che la stessa INPS classifica come assistenziali. "E il rapporto calerebbe addirittura all'8,54% escludendo dal computo anche i circa 71 miliardi di imposte (IRPEF) che in molti Paesi UE o di area OCSE sono molto più basse, quando non del tutto assenti, sulle pensioni", la precisazione del professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nonché coordinatore del Rapporto. Come stima la pubblicazione, se il saldo previdenziale fosse ricalcolato, da una parte, tenendo conto dei soli contributi effettivamente pagati dalla produzione (dunque senza considerare i trasferimenti a carico di GIAS e GPT) e, dall'altra, al netto dell'IRPEF che grava sulle pensioni (cioè, la spesa netta per lo Stato e le entrate nette per i pensionati), il bilancio pensionistico sarebbe positivo per ben 60,9 miliardi di euro, a riprova della sostenibilità del sistema anche per le giovani generazioni.

Il rapporto spesa pensionistica/PIL comunicato a Eurostat sul 2022 (ultimo dato disponibile) relativamente a pensioni di vecchiaia, anticipate e superstiti per l'Italia è pari al 16,5%, contro il 12,4% della media UE. "Con grave colpa - come suggerito dal Professore - anche delle troppe misure a sostegno del reddito o volte a contrastare l'esclusione sociale impropriamente imputate negli anni al capitolo pensioni, sotto la spinta delle promesse di una politica alla costante ricerca del consenso elettorale". In linea con le precedenti pubblicazioni, la nuova edizione del Rapporto suggerisce pertanto non solo una corretta separazione tra previdenza e assistenza ma anche una maggiore razionalizzazione della spesa assistenziale, che da troppo tempo appesantisce le finanze statali. "È un rischio da non sottovalutare - precisa Brambilla - perché la riforma Fornero fu il frutto amaro di questa confusa comunicazione insieme alla caduta del Governo Berlusconi. Il ragionamento della BCE e dell'UE fu semplice: come può un Paese iper-indebitato spendere 4 punti di PIL in più della media? Il Rapporto sconsiglia di ripetere questa negativa esperienza, soprattutto per i pensionati onesti".

Le principali voci della spesa per assistenza

Al 2024 risultano in pagamento in Italia 3.993.738 trattamenti di natura interamente assistenziale (invalidità civile, indennità di accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra) per un costo totale annuo di 25,404 miliardi, in costante aumento malgrado il calo - fisiologico e costante - delle pensioni di guerra. Nello stesso anno, sono state poi erogate altre 3.179.280 prestazioni parzialmente assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importo aggiuntivo), di cui 2.152.433 integrazioni al minimo. Considerato che uno stesso soggetto può essere titolare di più prestazioni, al netto delle duplicazioni e della quattordicesima mensilità, i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono dunque 7.173.018, vale a dire il 43,99% del totale. Stima che oltretutto appare in difetto agli estensori del Rapporto, tenuto conto di ulteriori prestazioni come la pensione di cittadinanza (ora ADI) o, ancora, di altre prestazioni anche locali erogate in base ai redditi e alle età che possono beneficiare di ulteriori prestazioni assistenziali.

"Dovrebbe far riflettere il fatto che un Paese del G7 come l'Italia abbia 7,17 milioni di pensionati totalmente o parzialmente assistiti, con un costo complessivo di circa 35,8 miliardi l'anno", il commento del Professor Brambilla, che ha poi ricordato come, a differenza delle pensioni sorrette da contribuzione, questi trattamenti gravino completamente sulla fiscalità generale, senza neppure essere soggetti a tassazione. Tanto più che, mentre le ultime riforme hanno colto l'obiettivo di stabilizzare la spesa pensionistica, "le uscite per assistenza - rileva Brambilla - sono cresciute di anno in anno, di pari passo con nuove prestazioni che si sono sommate e sedimentate nella legislazione, senza che nessuno ne abbia mai previsto il riordino". Se si considera poi anche il sostegno a lavoratori attivi, e quindi forme di cassa integrazione, NASpI e così via, lo Stato italiano nel solo 2024 ha dato assistenza a circa 12 milioni di connazionali: una situazione poco sostenibile dal punto di vista socio-economico.

I "cattivi" investimenti del welfare italiano

Complessivamente, il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale è ammontato nel 2024 a 180,544 miliardi, con una crescita di 16,12 miliardi che si somma ai 7,42 del 2023 e ai 12,8 del 2022. Dal 2008, quando la spesa per assistenza ammontava a 73 miliardi, gli oneri a carico dello Stato sono più che raddoppiati, segnando un +147,3% e un tasso di crescita annuo di circa il 7,8%, addirittura di 3 volte superiore a quello della spesa per pensioni. Il tutto mentre il debito pubblico ha sfondato quota 3mila miliardi (erano 3.131 a ottobre 2025), la produttività del Paese langue (il nostro PIL per ora lavorata è cresciuto tra 2006 e 2023 dell'1,26%, contro il 12,24% della media UE) e, stando ai dati Istat, il numero di persone in povertà relativa e assoluta continua a salire. "Verrebbe da dire - puntualizza Brambilla - che spendiamo molto e anche male. Se la distribuzione di sussidi a piè di lista non favorisce la presa in carico di quanti andrebbero aiutati a uscire dalla condizione di povertà, gli scarsi controlli e l'eccessivo assistenzialismo incentivano lavoro nero e sommerso, generando uno dei tassi occupazionali peggiori in Europa". A dicembre 2024 il tasso di occupazione totale 15-64 anni era del 62,5%, quasi 10 punti al di sotto della media europea, pari invece al 72%.

Un'idea ancora più concreta dell'incidenza del welfare sulla vita economica del Paese è poi offerta dal rapporto tra spesa per il welfare e spesa pubblica totale, al 2024 pari al 56,56%. In buona sostanza, il nostro Stato destina al sistema di protezione sociale più della metà di quanto spende in totale. Per un confronto, basti pensare che nello stesso anno a scuola, università e ricerca - fondamentali per crescita e sviluppo - sono invece stati riservati circa 83 miliardi, valore pari al 4% del PIL e persino inferiore agli interessi sul debito pagati nel 2024. "Si tratta di cifre importanti che oltretutto contraddicono - precisa il Prof. Brambilla - il sentire comune secondo cui l'Italia sarebbe poco generosa e spenderebbe meno degli altri Paesi dell'UE per il welfare: al contrario, il rapporto tra spesa sociale e PIL ci colloca ai vertici delle classifiche Eurostat, di poco preceduti solo da Austria e Francia".

Se si guarda poi a un altro rapporto fondamentale, quello tra entrate e uscite per prestazioni, si osserva che nel 2024 la spesa sociale complessiva ha assorbito il 61% del totale delle entrate contributive e fiscali statali. Nel dettaglio, se per INPS e Inail si può però parlare di "equilibrio", vale a dire di un sistema pensionistico e assicurativo in grado di autosostenersi con i contributi versati da lavoratori e imprese, lo stesso non può dirsi per assistenza, sanità (intorno ai 138 miliardi l'importo della spesa) e welfare degli enti locali (circa 13,5 miliardi) che, in assenza di contributi di scopo, devono appunto essere finanziati attingendo alla fiscalità generale. Volendo provare a formulare una stima a partire dai dati MEF sulle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF rese nel 2024 (benché riferite all'anno di imposta 2023), il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali ha calcolato che per finanziare sanità e assistenza occorrono tutte le imposte dirette IRPEF, addizionali, IRES, IRAP e ISOST e anche circa 17 miliardi di imposte indirette. Di conseguenza, per sostenere il resto della spesa pubblica non rimangono che le imposte indirette, altre entrate minori e soprattutto il "debito", ponendo peraltro un tema non solo di sostenibilità ma anche di equità del sistema. "Siamo davanti a un'enorme redistribuzione della ricchezza - ha commentato il Professore - di cui spesso i cittadini non si rendono neppure conto: la gran parte del finanziamento del nostro welfare state grava sulle spalle di quei poco più di 7 milioni di italiani con redditi superiori ai 35mila euro, che da soli versano il 63,17% dell'IRPEF complessiva e anche la maggioranza delle altre imposte, pur rappresentando solo il 17,17% dei contribuenti totali".

Prospettive di medio termine e "soluzioni" per il futuro

Ulteriore crescita dell'occupazione e aumento della produttività, da una parte e, dall'altra, messa in moto della banca dati dell'assistenza, revisione dell'ISEE e controlli fiscali più serrati le aree di intervento richiamate all'attenzione dal Tredicesimo Rapporto nel tracciare il quadro di un sistema che vede nelle politiche passive uno dei suoi principali punti di debolezza. "È del resto significativo che su 36 milioni di persone in età di lavoro - ha rimarcato il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali - l'Italia tocchi il proprio record con "soli" 24,2 milioni di occupati. Ecco perché occorre sì rafforzare formazione professionale, strumenti di incontro tra domanda e offerta di lavoro e strumenti di active ageing in favore dei lavoratori senior, ma anche porre un freno a incentivi impliciti al non lavoro, come decontribuzioni, flat tax o altri bonus legati ai redditi". Quanto alla previdenza in senso stretto, la priorità viene individuata in una maggiore consapevolezza di essere dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi: di qui, la necessità di limitare le troppe forme di anticipazioni in favore di pochi strumenti di flessibilità, come fondi esubero, isopensione e contratti di solidarietà (con un anticipo massimo di 5 anni); bene invece gli incentivi, tra cui il cosiddetto superbonus, per chi vorrà restare al lavoro anche dopo aver raggiunto l'età di pensionamento.

Numeri e costi delle prestazioni assistite suggeriscono poi, secondo il Rapporto, l'importanza di un intervento anche sulle pensioni di vecchiaia, con un inasprimento del requisito contributivo richiesto da 20 a 25 anni, da affiancare alla maturazione di un assegno di importo pari ad almeno 1,25 volte l'assegno sociale e all'adeguamento dell'età pensionabile (al momento, 67 anni) all'aspettativa di vita. Da innalzare poi gradualmente fino ai 70 anni anche il requisito per l'assegno sociale, con verifiche accurate in caso di nastri contributivi esigui o inesistenti. "Negli ultimi 3 anni il monitoraggio INPS indica che sono state oltre 270mila le richieste accolte per l'assegno sociale a soggetti che per la gran parte risultano sconosciuti all'Istituto e al fisco, persone che, con le varie maggiorazioni, quattordicesime, etc - potrebbero essere arrivate a percepire nel 2025 un assegno di circa 740 euro per 13 mensilità. Una prestazione esente da imposte, vicina a quella di chi ha sempre versato contributi e la cui pensione è invece soggetta a IRPEF: un paradosso che potrebbe incentivare elusione ed evasione fiscale e contributiva", la puntualizzazione del Professore.

"Demografia, vincoli economici e di finanza pubblica - ha quindi concluso il Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali - impongono però un ripensamento del welfare a tutto tondo, e in particolare un rafforzamento delle tutele complementari, in favore di quel welfare mix che ormai caratterizza la maggior parte dei Paesi ad alto e medio reddito. Bene, dunque, l'auto-enrolment per i lavoratori neoassunti del settore privato ma la strada per incentivare le adesioni ai fondi pensione in Italia è ancora lunga. Servirebbe infatti il coraggio di importanti interventi sulla normativa, a cominciare da una profonda revisione di fiscalità e sistema delle rendite, per arrivare quindi al superamento di quella spaccatura tra dipendenti di aziende con più o meno di 50 addetti (40 dal 2032, secondo l'ultima Legge di Bilancio) creata dall'introduzione del Fondo di Tesoreria INPS". Fondamentale per una società che invecchia, ma ancora inesistente, anche una legge quadro per l'incentivazione delle forme di assistenza sanitaria integrativa e per le protezioni per il rischio di non autosufficienza.
Condividi
```