Il Dow compie 130 anni: da 40 a 50.000 punti attraversando ogni crisi ma perdendo rilevanza
L'evoluzione
(Teleborsa) - Il 26 maggio 1896, Charles Dow sommò i prezzi delle azioni di 12 società industriali, divise per 12 e pubblicò il risultato sul Wall Street Journal. Il numero era 40,94. Il calcolo richiese carta, matita e pochi minuti di aritmetica. Il risultato fu la creazione del Dow Jones Industrial Average, ovvero quello che sarebbe diventato uno degli indici azionari statunitensi più seguiti e che questa settimana ha compiuto 130 anni.
Negli anni '20, Arthur "Pop" Harris calcolava l'indice Dow Jones su base oraria per il Dow Jones News Service, traducendo l'attività di mercato in un indicatore costante che gli investitori potevano seguire durante la giornata di negoziazione. Alla fine del XX secolo, il calcolo si spostò su sistemi elettronici. Oggi, il Dow Jones viene calcolato e diffuso una volta al secondo di ogni giornata di negoziazione.
Il Dow Jones fu lanciato con 12 società appartenenti a settori quali olio di semi di cotone, zucchero, tabacco, cuoio, gomma, gas, acciaio ed elettricità. L'elenco si ampliò a 20 titoli nel 1916 e agli attuali 30 nel 1928. Gli aggiornamenti dei componenti vengono effettuati con l'obiettivo di garantire che l'indice si evolva di pari passo con l'economia statunitense: nel tempo, Woolworth ha lasciato il posto a Walmart, Kodak ha lasciato il posto a Intel, Intel - a sua volta - ha lasciato il posto a Nvidia nell'ultimo cambiamento di fine 2024. Nessuna delle 12 aziende originali fa più parte dell'indice: l'ultima a resistere è stata la General Electric di Thomas Edison, rimossa nel 2018.
Oggi il DJIA, noto anche come The Dow e US 30, è un benchmark di 30 aziende leader in diversi settori, tra cui tecnologia, sanità, finanza, energia e beni di consumo discrezionali, escludendo però trasporti e utility. Il Dow è un indice ponderato in base al prezzo, a differenza dell'S&P 500 e del Nasdaq, che funzionano su base ponderata per la capitalizzazione di mercato.
La capitalizzazione era di oltre 22.700 miliardi di dollari al 30 aprile, secondo i dati di S&P Dow Jones Indices. I settori più pesanti sono financials con il 27% circa, industrials con il 18% e information technology con il 17%. Goldman Sachs e Caterpillar detengono i pesi maggiori nell'indice, mentre Nike e Verizon quelli minori.
Il veterano degli indici ha attraversato una serie di crisi economiche, guerre e rivoluzioni tecnologiche nel corso degli anni, con il traguardo dei 130 anni che è arrivato a pochi mesi dalla prima chiusura sopra quota 50.000 punti. Il livello record di 50.830,24 punti è arrivato proprio la scorsa settimana. Guardando indietro, il superamento per la prima volta dei 1.000 punti è arrivato nel 1972, mentre altri livelli psicologici importanti sono arrivati nel 1999 (10.000 punti durante il boom tecnologico), nel 2017 (20.000 punti) e 2024 (raggiungimento di massimi storici sopra i 40.000 punti).
Se il Dow rimane un'icona culturale, da tempo S&P 500 e Nasdaq lo hanno superato in termini di rilevanza pratica, diventando i veri punti di riferimento per i mercati globali. Da un lato, l'S&P 500 è più affidabile per valutare l'andamento complessivo del mercato azionario statunitense, dall'altro il Nasdaq è il più rilevante per comprendere la performance del sempre più rilevante settore tecnologico, dall'e-commerce all'AI. Tuttavia, grazie alla sua focalizzazione su aziende di alta qualità che distribuiscono dividendi, il Dow ha generalmente resistito meglio degli altri indici nelle fasi di ribasso del mercato: nel 2022 - ultimo anno di rosso per l'azionario, il Dow ha perso solo il 7%, a fronte di una perdita di quasi il 19% per l'S&P 500 e di un calo del 32% per il Nasdaq. Inoltre, con un valore dell'1,64% a fine aprile, il rendimento medio da dividendi del Dow è superiore a quello degli altri due indici. Guardando ad altri indicatori, sempre al 30 aprile, il Down mostra un P/E trailing del 23,4, un P/E projected del 20,7, un P/B del 5,6, un P/sales del 3,2 e un P/cash flow del 51,5.
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