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Mercoledì 27 Maggio 2020, ore 11.15
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Deludente il Rapporto 2015 dei cinque Presidenti

Il rapporto dei cinque Presidenti 2015 segue quello dei quattro Presidenti del 2012

Vincenzo Russo
Vincenzo Russo
Ordinario di Scienza delle Finanze presso l'Università La Sapienza, Roma. Autore del blog enzorusso2020
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“Si raccomanda la creazione da parte di ciascuno Stato membro della zona euro di un organismo nazionale incaricato di monitorare i risultati e le politiche in materia di competitività”. “Questo – afferma il Rapporto - è fondamentale in un'Unione monetaria come l'UEM, in cui non sono previsti grandi trasferimenti di finanze pubbliche tra i membri e in cui la mobilità del lavoro è relativamente limitata”.

Ma allora di che razza di rilancio si tratta? Il Rapporto, in realtà, si concentra sui problemi della zona euro certamente più gravi e delicati ma ci sono i problemi degli altri paesi dell'Unione a 28. Anche questa delimitazione può essere vista come un limite e/o una mancanza di lungimiranza perché molti degli altri 9 paesi hanno gravi problemi di crescita del reddito e dell'occupazione. Evidentemente i 5 Presidenti hanno tenuto conto delle prevalenti preferenze all'interno del Consiglio dei Capi di Stato e di governo. Ma in uno slancio di ottimismo (mal riposto), “marciano” verso l'Unione politica, ossia, verso un maggior controllo democratico e, quindi, una maggiore legittimazione e un rafforzamento delle istituzioni.

Ma di quali istituzioni stiamo parlando? Se il riferimento va al Consiglio europeo, allora servirebbe una profonda revisione del Trattato di Lisbona per eliminarlo e creare un vero e proprio Senato federale. Non è possibile avere una specie di seconda Camera composta dai Capi di Stato e di governo non eletti per occuparsi precipuamente dei problemi europei e, quindi, portatori diretti degli interessi nazionali dei Paesi membri. Analogo discorso vale per la Commissione composta da membri designati dai 28 PM anche se Juncker ha avuto la designazione dal Partito popolare che ha raccolto la maggioranza dei voti ma, in fatto, risponde più al Consiglio che al Parlamento europeo. Non parliamo poi della Banca centrale che per statuto e tradizione ha lo status di autorità amministrativa indipendente (AAI).

L'idea che il rafforzamento dell'UEM si possa fare completando una rete ormai pletorica di AAI che controlli la concorrenza e la competitività dei vari segmenti del mercato unico non solo è alquanto illusoria ma è anche pericolosa perché, in fatto, rafforza la deriva autoritaria e tecnocratica già in essere in Europa ed è contraddittoria con l'obiettivo di democratizzare e meglio legittimare il processo decisionale a livello europeo.

Quanto alla proposta Autorità per la competitività, è bene chiarire che concorrenza e competitività sono e debbono essere complementari se il sistema deve funzionare in maniera efficiente. Sappiamo però che la concorrenza tra settori avanzati e quelli arretrati, senza adeguati meccanismi compensativi delle diseconomie esterne, approfondisce e non riduce i divari economici e territoriali. Sappiamo che legare strettamente produttività e salari ed affidare la gestione amministrativa ad un'AAI significa, in buona sostanza, imporre una politica dei redditi a livello tecnocratico e autoritario che trasformerebbe il modello liberal democratico in cui la determinazione dei salari è lasciata all'autonoma contrattazione tra le parti sociali – delle quali a parole nel documento si riconosce il ruolo (Renzi esulta).
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