Da qualche tempo si sente spesso parlare di euro digitale e oggi questo progetto sembra aver assunto un tono diverso rispetto a due anni fa. Non è più un’idea astratta, ma un progetto con tappe, vincoli e obiettivi. La BCE e le banche centrali nazionali, infatti, stanno lavorando a una valuta digitale di banca centrale pensata come equivalente elettronico del contante: del denaro pubblico, denominato in euro, destinato ai pagamenti quotidiani. Non si tratta di un nuovo modo di spendere, anche perché già oggi paghiamo con carte, app e wallet: lo scopo principale è quello di mantenere disponibile la moneta di banca centrale anche quando l’economia diventa sempre più digitale, senza lasciare che i pagamenti dipendano solo da infrastrutture private e spesso extra-europee.
Se l’impianto normativo dell’UE verrà adottato nel 2026, la BCE mira a farsi trovare pronta per una prima emissione nel 2029. In questo lasso di tempo, però, dovranno essere gestiti tre punti chiave: privacy, accettazione (dove e quando si potrà usare) e stabilità finanziaria (ovvero, limiti e regole per evitare che i depositi escano in massa dalle banche).
Che cos’è l’euro digitale
Oggi l’unica moneta di banca centrale che possiamo usare direttamente è il contante e quando usiamo le carte o le app o i bonifici per effettuare pagamenti, in realtà stiamo usando moneta bancaria, cioè soldi depositati in una banca commerciale e trasferiti tramite circuiti privati. Man mano che il contante viene usato meno, nella vita quotidiana rischia di sparire l’unica forma di denaro pubblico accessibile a tutti. I pagamenti diventano quasi interamente dipendenti da infrastrutture private, spesso gestite da grandi gruppi internazionali non europei.
L’euro digitale serve quindi proprio a questo, cioè a mantenere una forma di denaro pubblico utilizzabile anche nel mondo digitale, così come oggi esistono le banconote nel mondo fisico. Non si tratta quindi di sostituire carte o app, ma di garantire che esista sempre un’alternativa europea, pubblica e sotto controllo dell’Eurosistema, anche quando paghiamo online o con lo smartphone. Non è un nuovo euro con un valore diverso, ma lo stesso euro in una forma adatta a contesti dove il contante non può arrivare (pensiamo agli acquisti online) e dove oggi ci affidiamo quasi sempre a circuiti e intermediari privati.
Pertanto, l’euro digitale viene progettato come mezzo di pagamento di base, gratuito per l’utente nelle funzioni essenziali, con l’obiettivo di essere disponibile in tutta l’area euro. E chi teme che il contante sparirà, può dormire sonni tranquilli: la BCE, infatti, ha sempre insistito sul fatto che l’euro digitale nasce per affiancare il contante, non per sostituirlo.
In altre parole, se il contante è la moneta pubblica del mondo fisico, l’euro digitale dovrebbe essere la moneta pubblica del mondo digitale.
Perché l’Europa lo sta valutando
La domanda che può legittimamente nascere è la seguente: perché l’Europa sta valutando questo progetto? I pagamenti digitali crescono, il contante perde terreno in molte situazioni, ma la moneta di banca centrale al dettaglio oggi coincide quasi solo con il contante. Nel mondo digitale, invece, usiamo soprattutto moneta bancaria (depositi) e infrastrutture di pagamento private.
In più c’è una motivazione industriale e geopolitica, che negli ultimi mesi è diventata esplicita nel dibattito pubblico: l’Europa vuole ridurre la dipendenza da circuiti e piattaforme non europee per una parte rilevante dei pagamenti, soprattutto quando si paga online o oltreconfine. In quest’ottica, l’euro digitale viene presentato come una base pubblica comune su cui il mercato può continuare a innovare (app, servizi a valore, integrazioni), ma con uno strato europeo che resta disponibile a tutti.
Euro digitale: come funzionerebbe nella pratica
Il modello che sta emergendo è quello di un wallet di euro digitali aperto tramite la propria banca o un prestatore di servizi di pagamento (PSP). Non significa avere un conto presso la BCE nel senso tradizionale a cui siamo abituati con i conti correnti: l’idea è una disponibilità di euro digitali per pagamenti quotidiani, integrata con ciò che già usiamo.
In pratica, continueremo ad avere la nostra banca o il nostro intermediario, e tramite loro potremo attivare un wallet di euro digitali. Quindi, se oggi abbiamo un conto corrente con saldo in moneta bancaria, domani potremmo avere, accanto al conto, una disponibilità in euro digitali dentro un’app o una carta collegata.
Le persone pagheranno come fanno già oggi, con lo smartphone, oppure con una carta fisica. La differenza sta nel fatto che l’euro digitale dovrebbe funzionare anche senza connessione internet, almeno per importi limitati. In pratica, due dispositivi (ad esempio, il nostro telefono e il POS del negozio) potrebbero scambiarsi l’importo direttamente, senza passare in tempo reale da una rete o da un server centrale.
Ciò serve a replicare una caratteristica tipica del contante: se cade la linea, se c’è un blackout o se ci si trova in un’area con scarsa copertura, il pagamento può comunque avvenire. Non cambia il modo in cui paghiamo, cambia però che il sistema potrebbe restare utilizzabile anche quando la rete non funziona, ovvero la continuità operativa.
Privacy: cosa cambia tra online e offline
La BCE sta progettando l’euro digitale con l’obiettivo di offrire livelli elevati di privacy rispetto alle opzioni di pagamento digitale esistenti, distinguendo tra due scenari:
- Offline: i dettagli del pagamento sarebbero noti solo a chi paga e a chi riceve, con un livello di riservatezza dichiarato come simile al contante.
- Online: l’Eurosistema punta a non poter collegare direttamente pagamenti e identità. I dati disponibili alla BCE sarebbero trattati in forma pseudonimizzata. Quindi, la BCE non vedrebbe direttamente il nostro nome e cognome associati al pagamento, ma un identificativo tecnico che non consente, da solo, di risalire alla nostra identità. La pseudonimizzazione funziona così: il pagamento viene registrato con un codice o un identificativo cifrato, e quel codice può essere collegato a una persona solo passando attraverso l’intermediario (la banca), e solo nei casi previsti della legge. Non è anonimato totale, come il contante: l’identità, pur non visibile in chiaro alla banca centrale, può essere ricostruita dagli intermediari se necessario per obblighi legali, ad esempio antiriciclaggio.
Limiti di detenzione e rapporto con le banche
Un euro digitale perfetto dal punto di vista dell’utente, se privo di freni, avrebbe un rischio: in periodi di tensione finanziaria potrebbe diventare un rifugio immediato, spostando liquidità dai depositi bancari verso la forma di denaro pubblico digitale. Per questo, nel progetto si parla di massimali sulle disponibilità detenibili e di meccanismi automatici di collegamento con il conto bancario (per esempio trasferimenti di eccedenze o ricariche automatiche per completare un pagamento).
Il fatto che l’accesso passi dalle banche significa che parliamo di un’infrastruttura pubblica su cui continuano a operare banche e operatori di pagamento. L’utente resta cliente della propria banca, a cambiare è solo la natura del denaro che utilizza in quel momento.
Pertanto, l’euro digitale deve fare due cose contemporaneamente: da un lato deve essere davvero utilizzabile nella vita di tutti i giorni, per i pagamenti nei negozi o online o tra privati, senza costi nascosti e con un’esperienza semplice. Se non è pratico, infatti, nessuno lo userà.
Dall’altro lato non deve mettere in difficoltà le banche. Oggi i soldi che lasciamo sui conti correnti vengono usati dalle banche per concedere prestiti alle famiglie e alle imprese. Se in caso di paura o instabilità tutti potessero spostare liberamente e senza limiti quei soldi verso l’euro digitale, le banche si troverebbero con meno liquidità e il credito potrebbe ridursi.
Per questo l’euro digitale non viene distribuito direttamente dalla BCE ai cittadini, ma tramite banche e intermediari vigilati.
Euro digitale: tempistiche e cosa deve succedere nel 2026
Dopo la fase istruttoria, la BCE ha avviato una fase di preparazione partita nel novembre 2023 e conclusa nell’ottobre 2025. Oggi il progetto prosegue con attività tecniche e supporto all’iter legislativo. La BCE indica un presupposto chiaro: se la normativa UE verrà adottata nel corso del 2026, l’euro digitale potrà essere emesso nel 2029. Senza base giuridica, non c’è emissione.
Quindi il 2026, più che l’anno della moneta nuova, è l’anno in cui si decide la cornice, che è fatta dei seguenti elementi:
- Corso legale e obblighi di accettazione: si dovrà chiarire se commercianti e professionisti saranno obbligati ad accettarlo, come oggi avviene per le banconote, e in quali casi potranno rifiutarlo.
- Ruolo degli intermediari: si definirà come banche e operatori di pagamento distribuiranno l’euro digitale e quali responsabilità avranno.
- Standard minimi: verranno fissate regole tecniche comuni su sicurezza, interoperabilità e funzionamento in tutta l’area euro.
- Privacy e AML (antiriciclaggio): si stabilirà quale livello di riservatezza garantire e come conciliarlo con gli obblighi contro riciclaggio e finanziamento del terrorismo.
- Limiti di detenzione: si deciderà quanto euro digitale si potrà tenere, per evitare effetti destabilizzanti sulle banche.
- Inclusione: si definiranno soluzioni anche per chi non usa smartphone o non ha pieno accesso ai servizi digitali.
Insomma, il 2026 serve a scrivere le regole che renderanno possibile l’emissione nel 2029. Senza questa base giuridica e tecnica, l’euro digitale non può partire.
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