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Sabato 18 Novembre 2017, ore 16.42
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Invece dell’IVA, arriva la Patrimoniale

Con la scissione del Pd, non è più un tabù

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Inutile girarci intorno, basta leggere le interviste ad uno dei principali artefici della scissione del PD, Enrico Rossi, Presidente della regione Toscana, secondo cui l'obiettivo “è creare una forza di sinistra nuova, non una replica del passato, con ricette economiche molto diverse da quelle di Renzi: niente bonus ma una patrimoniale per finanziare gli investimenti pubblici e una seria lotta al precariato”.

E probabilmente non si tratta solo di rimettere la Tasi sulla prima casa, quando il suo gettito con l'Imu nel 2012 fu di appena 4 miliardi di euro. Servono tanti soldi, soprattutto per abbattere il debito pubblico in vista di un aumento dei tassi che si verificherà verso la fine di quest'anno con la fine del Qe.

E' indubitabile che un costo degli interessi sul debito pubblico che dovesse risalire verso i 70-80 miliardi di euro, anche senza raggiungere la quota di 83 miliardi raggiunta all'apice della crisi del 2012 quando però il debito era solo di 1.989 miliardi anziché di 2.200 di quest'anno, farebbe sballare qualsiasi ipotesi di rientro, visto che l'Aggiornamento del Def 2016 ha previsto un decalage continuo del costo degli interessi, che passerebbe dai 66,4 miliardi di euro del 2016 ai 61,9 miliardi del 2019. E, si badi bene, la riduzione del rapporto debito/PIL si fonda su un aumento continuo del risparmio primario, che passerebbe invece dai 25,7 miliardi del 2016 ai 61,4 miliardi del 2019, quasi triplicandosi.

PILSe davvero si volessero finanziare nuovi investimenti pubblici senza aumentare il deficit, e soprattutto condurre una seria lotta al precariato con il sostegno della spesa pubblica, servirebbero almeno 20 miliardi di euro in più l'anno. E', pulito pulito, l'importo della manovra correttiva che ci è richiesta a settembre, in alternativa all'aumento dell'Iva, contenuta nelle clausole di salvaguardia spostate di anno in anno, dopo gli interventi annuali una tantum già operati dal governo sin dai tempi di Enrico Letta. Si tratta di una correzione completa del deficit strutturale, per arrivare al pareggio richiesto dal Fiscal Compact, che era stato ridotto costantemente negli anni scorsi, ma che invece è peggiorato dello 0,2% del PIL nel 2017. E' per questo che ora Bruxelles ci sta chiedendo una manovra aggiuntiva, strutturale. Altrettanto strutturale dovrà essere la correzione di settembre prossimo: o con l'Iva, o con una patrimoniale. Quella sulla prima casa, come abbiamo visto, non basta affatto. Ecco perché c'è chi ipotizza una vera e propria patrimoniale su tutti gli asset delle famiglie.

La logica potrebbe essere questa: con la patrimoniale si abbatte il debito e correlativamente il costo degli interessi di 20 miliardi di euro l'anno, arrivando finalmente al pareggio strutturale. Nello stesso tempo, si usa il risparmio strutturale di 20 miliardi per effettuare altrettante spese una tantum, per investimenti e la lotta al precariato.

E la soluzione potrebbe essere la imposizione di una patrimoniale, di una percentuale pari al 4% del patrimonio delle famiglie, che alla fine del 2013 la ricchezza netta delle famiglie era stata stimata in 8.790 miliardi, e quello in abitazioni in 4.952 miliardi. Gli asset finanziari ammontavano a 3.793 miliardi di euro. Il gettito sarebbe di oltre 315 miliardi sufficiente per ridurre il debito pubblico ad un ammontare appena superiore ai 1.900 miliardi, portando il rapporto debito/PIL al 110%. Ma, in concreto, però, bisogna considerare solo gli asset che sono effettivamente assoggettabili ad imposizione, essendo pressoché impossibile considerare le riserve tecniche delle assicurazioni che valgono 600 miliardi, oppure il capitale fisso come i macchinari e l'avviamento commerciale che valgono altri 96 miliardi.

L'aliquota della patrimoniale, se l'obiettivo è quello di ridurre il debito di almeno 300 miliardi di euro e di far diminuire conseguentemente l'onere degli interessi per finanziare le nuove spese per gli investimenti e la lotta al precariato senza aumentare il deficit corrente, potrebbe arrivare fino all'8%, anche perché per quanto riguarda gli immobili dichiarati nella denuncia dei redditi verrebbe considerata come base imponibile la rendita catastale rivalutata e non il valore di mercato che invece è utilizzato per elaborare le statistiche finanziarie.

In pratica, si considererebbe, magari per scaglioni crescenti, tutta la ricchezza delle famiglie: dai depositi bancari di conto corrente, ai conti titoli, alle proprietà immobiliari, in Italia ed all'estero. Mentre le somme liquide sui conti bancari sarebbero immediatamente prelevate, quelle investite sarebbero pignorate. Per gli immobili è ipotizzabile una ipoteca legale, svincolabile solo con il pagamento della somma dovuta.

In pratica, il risultato netto della patrimoniale sarebbe la riduzione delle detenzioni delle banche in titoli di Stato. Come accadde già nel 1935, le banche sarebbero invogliate a finanziare le famiglie per pagare la patrimoniale: guadagnerebbero così quello che perderebbero in termini di minori depositi e di minori proventi da interessi sui titoli di Stato.

Sono ipotesi, sia chiaro, ma non molto distanti dalla realtà che potrebbe presentarsi nel corso dell'estate oppure in autunno.

Le conseguenze sarebbero pesantissime, come è ovvio. Il PIL potrebbe crollare. In Europa c'è chi non vede l'ora che l'Italia finalmente stramazzi, per far fuori le nostre industrie che fanno ancora una disperata concorrenza su tutti i mercati. Dobbiamo tornare un paese agricolo, al massimo una Disneyland per pensionati.

L'unica remora a questo massacro sarebbe ovviamente politica: una patrimoniale, prima delle elezioni, ridurrebbe a zero il consenso a favore delle forze politiche che la appoggiassero. Non ci sono più le condizioni che consentirono al governo Monti, con la quasi unanimità del parlamento, di imporre tasse su tasse. E, se qualcuno ricominciasse ad agitare il bastone dello spread, le forze anti-europee ed anti-euro avrebbero altro vento in poppa.

La alternativa, allora, sarà tra il ritorno alla Tasi sulla prima casa e l'aumento dell'Iva. Ma, comunque, per il Pd sarà un disastro.

Per questo Matteo Renzi voleva le elezioni politiche subito, in primavera o comunque a settembre, prima della manovra fiscale per il 2018. Ora il Pd e gli scissionisti sono comunque incastrati: navigano insieme, tra Scilla e Cariddi, sta a loro continuare a governare.

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