(Teleborsa) - La scorsa settimana,
Fed e BCE hanno confermato
tassi d'interesse inalterati a dispetto dell'aggravarsi della
crisi in Medioriente e dell'impennata del prezzo del petrolio. Ne parla l'economista
Andrea Ferretti nell'ultima
Ecopillola, analizzando le ricadute della situazione.
1 - La FedIl 18 marzo scorso la
Fed, secondo i pronostici, ha mantenuto per la
terza volta inalterati i tassi d'interesse americani nell'intervallo
3,50-3,75%. Più in particolare, la decisione di non procedere a un taglio dei tassi come avrebbe voluto Trump è derivata da due fattori convergenti.
Il primo riguarda il dato dell'
inflazione, che a febbraio, pur rimanendo
stabile a un 2,4%, non ha ancora incorporato le conseguenze della crisi del Golfo e quindi potrebbe rapidamente rialzare la testa. Basterà ricordare, a questo proposito, che le tensioni nel Golfo hanno già spinto il prezzo della
benzina a punte di oltre 5 dollari al gallone, un livello molto mal tollerato dai consumatori elettori americani.
Il secondo fattore che ha giustificato il mancato taglio dei tassi di interesse riguarda invece la
crescita: nell'ultima riunione della Fed, Powell ha parlato di una
crescita solida e la stessa Fed ha previsto, pur in uno scenario di grande incertezza, una crescita del PIL americano
del 2,4% nel 2026 e del 2,3% nel 2027. Un dato forse non eclatante, ma che non ha reso indispensabile un rapido taglio dei tassi.
Per quanto riguarda il futuro, eventi bellici permettendo, è lecito aspettarsi nel corrente anno tassi sostanzialmente inalterati o al più un taglio da 0,25%. Tuttavia, non dobbiamo scordarci che il 16 maggio Powell lascerà il suo posto alla Fed a Kevin Warsh, uomo di Trump e vittima predestinata delle pressioni ribassiste del presidente.
2 - La BCEAnche la
BCE, analogamente alla Fed, ha assunto a marzo una
posizione attendista, lasciando i
tassi inalterati al 2%. Tuttavia, la BCE si trova in una
posizione più scomoda rispetto alla Fed, perché è al centro di un sistema di forze contrapposte che rendono più complesse le scelte di politica monetaria.
Infatti, la BCE da una parte deve confrontarsi con
un'inflazione dell'Eurozona che, a febbraio, pur non incorporando ancora gli effetti della guerra del Golfo, ha dato evidenti
segni di una rinnovata vitalità. Dall'altra, è evidente che l'impatto di una crisi bellica perdurante sull'inflazione europea sarebbe decisamente più forte che negli Stati Uniti, in relazione alla nostra maggior dipendenza nell'importazione di petrolio, gas e fertilizzanti per la nostra agricoltura.
Ora è chiaro che questo scenario
potrebbe costringere la BCE a mettere in atto una
politica restrittiva dei tassi nel tentativo di tenere a bada l'inflazione. Il problema è che questa eventuale politica restrittiva in chiave anti-inflazionistica si innesterebbe in uno scenario già caratterizzato da una
crescita modesta, generando inevitabili danni collaterali al sistema produttivo europeo. A questo proposito, la BCE prevede nel 2026 una crescita dell'Eurozona intorno a un +0,9%, dato che però potrebbe ridursi, in caso di crisi bellica perdurante, a un asfittico +0,4%.
A questo punto la BCE si troverebbe, come già in passato,
davanti al bivio del diavolo: tenere a bada i tassi per sostenere l'economia e salvare le aziende, o alzare i tassi per evitare che la fiammata inflazionistica si trasformi in un incendio. Ci siamo già passati una volta e ce la siamo cavata; ce la caveremo anche questa volta.