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Industria, in Italia la logica della delocalizzazione si può ribaltare con l'innovazione negli impianti

Lo studio del BCG Institute.

Economia, Industria
Industria, in Italia la logica della delocalizzazione si può ribaltare con l'innovazione negli impianti
(Teleborsa) - Secondo il nuovo studio "How the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness" del BCG Institute, la manifattura italiana – seconda in Europa per dimensioni ma sotto pressione crescente per costi energetici, difficoltà di reclutamento e concorrenza internazionale – può ribaltare la logica della delocalizzazione grazie all'innovazione degli impianti esistenti. L'analisi, basata su un indice proprietario che integra 42 fattori e una survey su 1.000 produttori globali, mostra guadagni di produttività fino al 60% nei casi più favorevoli, come la torrefazione del caffè in Europa Occidentale, dove i costi di conversione scendono fino a 43 punti percentuali.

A livello europeo, lo studio stima 1.031 miliardi di dollari di valore aggiunto manifatturiero a rischio delocalizzazione senza interventi; con politiche di supporto a innovazione, flessibilità del lavoro e riduzione dei costi energetici, la quota a rischio scende dal 40% al 12%, proteggendo 712 miliardi di dollari.

"La manifattura italiana è un'eccellenza che ha retto a molte pressioni, ma la finestra per agire si sta restringendo", commenta Jacopo Brunelli, Managing Director e Senior Partner di BCG. "La tecnologia, per la prima volta, può ribaltare la logica della delocalizzazione in alcuni settori fondamentali, ma non è automatico: serve un salto di scala nell'adozione."

Per l'Italia, l'analisi su un caso reale di componentistica automotive mostra che oggi produrre localmente costa il 12% in più rispetto alla Cina, ma con l'innovazione il divario scompare; risultato analogo nell'alimentare, dove si raggiunge parità competitiva partendo da un gap di 14 punti. Nell'elettronica, invece, l'aggiornamento riduce ma non elimina il gap e la delocalizzazione resta l'opzione più conveniente. Il quadro che emerge è quindi differenziato per filiera produttiva: secondo lo studio, la scelta tra investire negli impianti esistenti e rilocalizzare non ammette una risposta univoca, ma va valutata settore per settore e impianto per impianto.

A determinare la capacità italiana di realizzare questi guadagni intervengono due fattori strutturali. Il primo è la flessibilità del mercato del lavoro: nei Paesi dove questa flessibilità è maggiore, il tempo di recupero dell'investimento in automazione si accorcia al punto da rendere l'upgrade preferibile rispetto alla rilocalizzazione. Il secondo è la disponibilità di competenze digitali e infrastrutture tecnologiche, su cui l'Italia si colloca nona su 19 Paesi analizzati con un punteggio di 6,3 su 10 – dietro Germania, Giappone, Francia e Corea, ma davanti a Polonia e Spagna – un posizionamento intermedio che secondo BCG lascia margini di miglioramento concreti.

Su questo punto, Brunelli sottolinea un aspetto spesso trascurato nel dibattito sull'automazione: "La manifattura ha una caratteristica che spesso si dimentica: c'è sempre una trasformazione fisica. Questo significa che la tecnologia aiuta, ma non sostituisce integralmente il lavoro umano, soprattutto in quei processi dove il giudizio e la destrezza restano insostituibili". Tra gli strumenti già disponibili per accelerare l'adozione, Brunelli cita il credito d'imposta su Transizione 5.0, che arriva fino al 45% per gli investimenti in automazione, ma avverte: "le aziende devono decidere ora".
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