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Giovedì 22 Agosto 2019, ore 00.07
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Il Katéchon

Teologia politica dell’Europa e dell’euro.

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Ritratto di Carlo V seduto, attribuito in passato a Tiziano. 1548.Per ragionare bene è meglio sgombrare il campo dall’europeismo bigotto, quello che giudica incivile chi si colloca fuori dall’orizzonte tecnocratico di Bruxelles e considera l’euro un tabù. Diciamo quindi che si può benissimo vivere senza euro e che Svezia e Danimarca, che se ne stanno fuori (la corona danese è agganciata all’euro, ma può sganciarsi quando vuole), sono anzi indicate da qualche anno come esempi eccellenti di conservazione di uno stato sociale snellito (e in via di privatizzazione), di crescita economica (niente decrescita felice) e di tassazione in costante diminuzione.

Spingiamoci ancora più in là e sgombriamo il campo anche dal tabù della svalutazione. Non è vero che sia sempre una rovina, anzi. Se ben gestita può ridare energia e slancio. Tutto il mondo (tranne i concorrenti coreani e tedeschi) si sta complimentando con il Giappone per il rapido deprezzamento dello yen. Perché dovrebbe essere diverso per Italia e Spagna?

Nella vita, d’altra parte, non si può avere tutto. Non si può mantenere a lungo un sistema rigido al suo interno e un cambio rigido sull’esterno. Troppo bello. Si devono quindi fare delle scelte. Si può mantenere rigida la struttura interna e scaricare le tensioni su un cambio flessibile (modello argentino). Si può mantenere fisso il cambio e rendere flessibile la struttura interna (modello irlandese ed estone). Si può rendere più flessibile la struttura interna e allo stesso tempo svalutare, come fu fatto in Svezia dopo la crisi bancaria dagli anni Novanta. In quel caso, grazie all’accresciuta flessibilità interna, la svalutazione fu temporanea e fu seguita più tardi, dal 2009 a oggi, da una costante rivalutazione.

Se invece si vuole tenere rigido tutto, mercato del lavoro e cambio, le tensioni si scaricano sulle imprese, che piano piano fanno ciao con la mano e se ne vanno all’estero. È la deindustrializzazione, il modello italiano.

È a questo punto che dobbiamo guardarci negli occhi e fare qualche discussione da adulti. Se usciamo dall’euro saremo capaci di fare come la Svezia e di accompagnare la svalutazione con una flessibilizzazione della nostra struttura o non seguiremo piuttosto la via argentina, quella di mantenerci eternamente rigidi ricorrendo periodicamente alla svalutazione? La via argentina porta a un rimpicciolimento costante dell’economia in rapporto agli altri paesi. Questo ridimensionamento, nel caso argentino, è rallentato dalla scoperta continua di risorse naturali abbondanti. Noi, queste risorse, non le abbiamo. Quanto alla nostalgia degli anni pre-euro, non dimentichiamo che tranquillità e benessere ce li compravamo, oltre che svalutando, con un debito pubblico crescente.

Messe contro il muro, le singole classi dirigenti nazionali del nostro continente continuano dunque a scegliere l’Europa e l’euro non per idealismo, ma perché hanno paura di se stesse. Detto questo, l’euro è costruito così male e l’austerità disegnata dalla Germania è così controproducente che lo spazio per migliorare il progetto complessivo è davvero ampio.

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