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Giovedì 18 Ottobre 2018, ore 19.36
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Addio a Goldilocks, arrivano i fuochi d’artificio

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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La tiepida e soporifera Goldilocks se ne va. La bambina dai riccioli d'oro, che per otto anni ha rifiutato le due tazzine dell'inflazione troppo calda e dell'inflazione troppo fredda e ha continuato a preferire il piattino di crescita mediocre a quello della stagnazione e a quello ipercalorico del boom, è stata in realtà mandata a casa dagli elettori d'Occidente.

Questi elettori, che avevano sopportato con grande pazienza i primi anni grami successivi alla crisi del 2008, a un certo punto si sono stancati di aspettare e hanno iniziato a chiedere meno prediche sulla stagnazione secolare e l'austerità e più crescita. Hanno cioè sopportato salassi e purghe in nome dell'austerità quando avrebbero dovuto esigere ricostituenti ed energizzanti e hanno cominciato ad alzare la voce e incollerirsi quando in realtà le cose cominciavano davvero ad andare un po' meglio.

Il corpo sociale reagisce sempre con tempi ritardati rispetto a quelli rilevati dai sismografi degli economisti (i politici stanno a metà strada). Non lo fa perché è stupido, ma perché le conseguenze del ciclo economico gli arrivano addosso dopo mesi o anni. Cominciano magari a calare gli ordini e l'economista capisce subito che il ciclo è finito, ma la fabbrica continua a lavorare come prima, accumulando lentamente l'invenduto in magazzino. Poi, a magazzino pieno, taglia la produzione, ma non i posti di lavoro. E se le cose continuano a peggiorare brucia la liquidità in cassa e poi chiede un prestito alla banca. Quando anche questo non è più sufficiente entrano in azione gli ammortizzatori sociali, dai sussidi di disoccupazione a quei tristi espedienti utilizzati in America nei primi anni del dopocrisi, dall'esplosione dei sussidi d'invalidità alla somministrazione ai licenziati (da parte della sanità sia pubblica sia privata) di farmaci a base di oppiacei, con il bel risultato di due milioni di nuove dipendenze proprio tra gli uomini in età lavorativa, il nucleo centrale della forza lavoro.

Il contrario avviene quando le cose migliorano. Iniziano a crescere gli ordini, ma la fabbrica li soddisfa svuotando lentamente il magazzino. Poi aumenta sì la produzione, ma nessuno viene assunto, perché si ricorre prima agli straordinari, poi a personale interinale. Poi si dà all'esterno una parte dell'attività, ma l'outsourcing è affidato tipicamente a personale precario. Questo, anche se temporaneamente lavora, non raggiunge la sicurezza psicologica che gli consente di indebitarsi per comprare una macchina o una casa e, anche se la raggiunge, è la banca a non fargli credito perché non ha un impiego stabile. Il passo successivo è la rinuncia da parte della fabbrica a raccogliere ordini aggiuntivi, nell'ipotesi che si tratti di un fenomeno passeggero. Se dopo qualche mese la domanda si mantiene elevata ci si rassegna ad assumere, ma senza transigere sulle qualifiche richieste. Poi si inizia a transigere, ma magari non si trova lo stesso quello che si cerca. Alla fine si inizia ad offrire di più ed è in quel momento che inizia l'inflazione salariale, soprattutto se la produttività non corre in soccorso.

Oggi il mondo è governato da banche centrali che hanno il terrore di rivivere un'esperienza di recessione (anche perché non saprebbero che cosa fare, soprattutto in Europa, se non giapponesizzarsi completamente e monetizzare a vita i disavanzi pubblici) e che se anche hanno qualche intenzione di normalizzare la politica monetaria sono tenute a freno dai politici della nuova generazione, quelli eletti negli ultimi anni con il mandato di crescere a tutti i costi.
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