BCE: i costi dei dazi americani pesano quasi interamente su imprese e consumatori Usa
Lo studio: solo il 5% ricade sugli esportatori esteri. Impatto maggiore sui volumi.
(Teleborsa) - Chi paga davvero i dazi imposti dagli Stati Uniti? La risposta, secondo un'analisi pubblicata nel Bollettino Economico della Banca Centrale Europea, è inequivocabile: quasi interamente i consumatori e le imprese americane, non gli esportatori stranieri. Lo studio, elaborato da economisti della BCE, stima che solo il 5% dei costi tariffari ricada sui produttori esteri.
Il dato chiave è il cosiddetto coefficiente di pass-through, che misura in che misura un aumento dei dazi si traduce in prezzi più alti per chi importa. La BCE lo stima a 0,95, vicinissimo a 1, che rappresenta il trasferimento completo. In pratica, a fronte di un aumento tariffario del 10%, i prezzi delle merci importate negli Stati Uniti (al netto dei dazi) salgono del 9,5%: gli esportatori stranieri abbassano i propri prezzi di appena mezzo punto percentuale per ammorbidire l'impatto, addossando il resto alla controparte americana. Non emergono differenze significative tra i principali partner commerciali – Cina, Canada, Messico e Unione Europea – nel comportamento degli esportatori.
L'impatto sui volumi delle importazioni è molto più marcato. L'elasticità aggregata stimata è di -3,7: un aumento dei dazi del 10% provoca un calo del 37% dei volumi importati. Gran parte di questo crollo avviene attraverso quello che gli economisti chiamano "margine estensivo", cioè alcune categorie di prodotti cessano del tutto di essere importate. Per i prodotti che continuano a essere scambiati nonostante i dazi, il calo è più contenuto ma comunque significativo: -4,3% per ogni incremento tariffario del 10%.
Il settore automobilistico offre un esempio particolarmente nitido di come i dazi stiano ridisegnando la geografia del commercio. Gli Stati Uniti si stanno di fatto sganciando da Cina e Unione Europea in favore di Canada e Messico, dove le importazioni di auto sono aumentate sfruttando le relazioni commerciali esistenti nell'ambito dell'accordo USMCA. Al contrario, i produttori europei e giapponesi hanno subito sia una compressione dei prezzi di esportazione sia un forte calo dei volumi, un doppio svantaggio che segnala una perdita strutturale di posizione sul mercato americano.
Distribuendo l'onere tariffario lungo la catena del valore, la BCE stima che nel breve termine i consumatori americani stiano assorbendo circa un terzo dei costi. Le imprese importatrici statunitensi si fanno carico della parte restante. Le prospettive per il medio termine sono però più sfavorevoli ai consumatori: le indagini condotte presso le imprese americane indicano che, se i dazi rimarranno in vigore a lungo, la quota trasferita ai consumatori potrebbe salire oltre la metà del totale, mentre le imprese esauriscono progressivamente la capacità di assorbire i costi senza ritoccare i prezzi al dettaglio.
Il quadro complessivo che emerge è quindi quello di una politica tariffaria che colpisce prevalentemente chi l'ha imposta, riduce i flussi commerciali in modo significativo e accelera una riorganizzazione geografica degli scambi, con gli esportatori europei tra i più penalizzati nel settore manufatturiero ad alto valore aggiunto come l'automotive.
(Foto: CHUTTERSNAP on Unsplash)
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